Quando il partito si rivela un vero affare

Il male. La corruzione. Lo spettacolo sinistro che ha avuto il suo più compiaciuto spettatore e narratore in Marco Travaglio. Il suo ghigno e la sua albagìa si nutrono con le manifestazioni della malvagità altrui. Un mondo di uomini buoni raffredderebbe per sempre l’ispirazione sulfurea del narratore compiaciuto di cogliere l’umanità (...)
(...) in fallo; descrivere virtù e comportamenti probi toglierebbe ogni piacere al delirio colpevolista di Travaglio, e anche il divertimento incontenibile per noi, perché a lungo andare il garantismo di cui eravamo orgogliosi si è consumato nella consapevolezza che quelli erano ladri, corrotti e corruttori davvero. Una rivoluzione che iniziò con Tangentopoli: la confidenza improvvisa con termini giuridici come «avviso di garanzia», «concussione», «finanziamento illecito», la patetica insistenza nella separazione concettuale delle carriere (non confondere il giudice con il pubblico ministero), «carcerazione preventiva», «inquinamento delle prove», «reiterazione del reato», «tentativo di fuga»: tutto questo repertorio di formule che non ci erano state familiari nei decenni precedenti, diventa il vocabolario giornalistico e politico degli anni Novanta. Ma è inutile. La difesa di quel mondo era sbagliata ed è impossibile, perché i magistrati avevano riconosciuto in modo evidente il nesso tra criminalità e potere che la ragion di Stato aveva soffocato negli anni del boom economico.
Quando girano soldi rimangono appiccicati anche a mani sbagliate. Ma forse è proprio per questo che girano. Travolti dalle inchieste, i politici della Prima Repubblica non seppero alzare barriere per difendersi, non riuscirono a nascondersi dietro immunità sempre più impudiche e invereconde. Tentai allora, con convinzione, una loro difesa. Mi era chiaro che tangenti e illeciti profitti personali avevano caratterizzato in modo patologico la Prima Repubblica; ma mi era altrettanto chiaro che la fisiologia del finanziamento illecito riguardava la macchina dei partiti e la necessità di adeguare vecchi comportamenti prevalentemente clientelari alla mediatizzazione imposta dalla nuova organizzazione della società e dal rapido mutamento dei modi di comunicazione. Lo capì prima e meglio di altri Bettino Craxi, che si trovò tra consapevolezza e inconsapevolezza a manovrare ingenti somme di denaro per spettacolarizzare la politica e i soldi venivano spesi senza misura e senza controllo. Ma l’obiettivo era la politica, il consenso. In questo senso, Craxi anticipò la politica-spettacolo, e il protagonismo che si sarebbe affermato con Berlusconi, e con la Seconda Repubblica fondata su un potere economico personale (vedi, oltre a Berlusconi, Letizia Moratti col sostegno del marito Gianmarco, di Casini col sostegno del suocero Caltagirone, di Di Pietro e Fini, come abbiamo appreso di recente con il sostegno di munifiche donatrici). Craxi è caduto non per personale cupidigia, come si può pensare anche di altri leader della Prima Repubblica, come Forlani con il probo Citaristi plurinquisito ma onesto, o del liberale Altissimo, o degli esponenti comunisti legati all’affaire Greganti, così come tutti i leader coinvolti nella maxitangente Enimont. L’azione dei magistrati fu durissima, minando antiche impunità che sembravano indiscutibili, ma violando - per eccessiva confidenza nella bontà dell’azione - elementari diritti di rispetto della persona. Da cui l’inevitabile reazione garantista. Metodi non democratici, intimidatori, denunciati in modo esemplare da Gabriele Cagliari e da Sergio Moroni in celebri lettere e con gesti clamorosi come ripetuti suicidi. Esemplari in questo senso i suicidi degli stessi Cagliari e Moroni e di Raul Gardini, testimonianza di una situazione insostenibile e che infatti con gli anni, pur non calando la corruzione, non si sono ripetuti. L’anomalia era evidente: tra il ’92 e il ’93 furono inquisiti più di 270 parlamentari e qualche migliaio di amministratori locali in un clima da resa dei conti che non fa onore alla magistratura e che era un fenomeno più grave, di sospensione delle garanzie, della corruzione che combatteva.
La politica fu, in quegli anni, definitivamente uccisa. Così i partiti, gli ideali, in una confusione culturale senza precedenti per cui l’unico requisito richiesto a un politico non era la competenza ma l’onestà (personale s’intende) contravvenendo all’aureo principio di Benedetto Croce, «il vero politico onesto è il politico capace». Da qui la quantità di dilettanti allo sbaraglio, ma anche di Berlusconi che, proclamandosi non professionista della politica, dava la garanzia di praticarla non per interesse personale. Di qui la fortuna, non di tecnici, collaudati in tempi di transizione (vedi Dini e Ciampi), ma di incompetenti che potessero vantare di non avere mai fatto politica. La politica sporca, chiede compromessi. Ed ecco una nuova generazione di politici disinteressati, soprattutto alla politica. I quali raggiungono il potere senza avere conoscenze né esperienze. Odiano la politica e la praticano senza passione, come forma di affermazione sociale o vanità e restano in balia di una nomenklatura di burocrati e direttori generali che continuano a rubare come prima e senza dovere nulla ai loro improbabili referenti politici. Quando qualcuno di questi capisce il gioco, è tentato di entrarvi e di sporcarsi le mani. Come si è visto. Ma la maggior parte utilizza la politica come bengodi per fortune che mai avrebbe raggiunto con il lavoro di origine. Il caso più clamoroso - al di là delle vicende che investono oggi il presidente della Camera - è quello di Antonio Di Pietro che, lasciata la magistratura della quale rivendica l’appartenenza, tra stipendi, prebende e rimborsi al partito ha raccolto tanto denaro come neanche in 200 anni di professione giudiziaria. La politica in 15 anni l’ha fatto ricco più o meno come Bonolis alla tv. Nonostante i referendum dei radicali contro il finanziamento pubblico (votato dal 90,3% degli italiani) la formula ipocrita del rimborso di 5 euro per elettore ha portato ai partiti un miliardo e mezzo di euro, circa 100 milioni all’anno. Così, prima i partiti si finanziavano con le tangenti, adesso con i soldi pubblici. Col risultato di rendere ricchi (personalmente) politici senza qualità, oligarchi che possono perfino documentare la regolarità delle loro ricchezze. Poi possono capitare, per imprudenza, incidenti, come negli ultimi tempi. E il potere dà alla testa fino al punto che qualcuno riceve soldi da funzionari del suo stesso ministero o assessorato senza saperlo. Resta che il grande moralista Di Pietro che indagò Pillitteri e Tognoli e Tabacci per pochi milioni di lire e arrestò innocenti, uomini come Franco Nobili, Clelio Darida, e indagò Gardini, ora divide con la moglie e con l’amica (portate in Parlamento come molti altri politici, d’imperio, senza preferenze) almeno 60 milioni di euro. Questa è la morale di Tangentopoli: le tangenti della Prima Repubblica facevano risparmiare lo Stato e i politici rispondevano a un partito. Oggi rispondono soltanto ai fiduciari dei loro conti all’estero. Per Travaglio il divertimento continua.