Quando Pasolini s’inteneriva per il fascismo

Gentilissimo Granzotto, il poco malcelato entusiasmo con cui la sinistra ha accompagnato la recente rovinosa avventura e il conseguente impacciato tentativo di rimozione, mi hanno riportato alla mente, fatte le debite proporzioni, quanto accadde negli anni ’70, quando nei cinema fu distribuita la pellicola dal titolo Fascista. Mi pare che il film - di cui su internet non sono riuscito a trovare traccia - fosse composto da spezzoni di cinegiornali propagandistici del Ventennio, attraverso cui gli autori intendevano dimostrare quanto fosse antidemocratico e, tutto sommato, ridicolo quel regime, tanto da indurre qualcuno a proporre che la pellicola venisse proiettata in tutte le scuole della Repubblica a edificazione del corretto sentire democratico degli spiriti giovanili. In maniera del tutto inattesa, però, avvenne che alla vista delle immagini il pubblico, invece di dimostrare il biasimo dato per scontato, applaudiva, peraltro platealmente inneggiando all’Interprete Principale. In capo a una settimana la pellicola fu ritirata dalle sale e su di essa, così come si vorrebbe per l’avventura di cui dicevo all’inizio, calò l’oblio. Può raccontare con maggior precisione la vicenda, traendone, se la ravvisa, un’adeguata morale comparativa? Cordiali saluti.

Quella che lei ricorda, caro Sacchetti, fu una delle non poche cantonate dell’antifascismo militante e trinariciuto. Uscito nel 1974 e diretto, ma sarebbe meglio dire assemblato, da Nico Naldini, il film venne salutato dagli intellettuali «organici» con tripudio democratico: non solo il titolo evocava, nel pensiero comunista, il peggio del peggio del peggio, ma in quanto cugino di Pier Paolo Pasolini lo stesso nome di Naldini era ritenuto sigillo di garanzia democratica. E invece fu proprio Pasolini che nel presentare Fascista mise in guardia i giuggioloni di sinistra. Badate, scrisse, che è «un film bellissimo e pericoloso» aggiungendo: «Questa inoffensività, non bonacciona o qualunquistica, ma “fisica” degli italiani in camicia nera, si estende anche ai capi. I famosi gerarchi, che io ricordavo come il massimo della ferocia e del ridicolo, sono invece dei patetici imbecilli (...). Ad accentuare questa inoffensività di poveraglia e di piccola borghesia affamata, è l’inevitabile confronto sia con i fascisti, che con la folla e i “gerarchi” attuali. Rispetto ai fascisti attuali, che sono ormai dei veri e propri nazisti, quelli hanno un’aria casalinga che stringe il cuore (tanto più quando il loro entusiasmo fascista si manifesta in sorrisi sinceri di vecchia felicità popolana o contadina)». Riferendosi poi ai gerarchi, osserva: «Cosa possono aver rubato, in quell’Italia miserabile? Qualche miserabile gruzzoletto di palanche. Lo si vede. E il pensiero corre alle ruberie, alle grassazioni, alle violazioni, ai delitti dell’attuale classe dirigente, fatta di parassitismo e di clientele, come ormai i dirigenti democristiani stessi ammettono, senza vergognarsi, e invece di togliersi per sempre di mezzo».
Insomma, un inno allo «Si stava meglio quando si stava peggio», al «Quando c’era lui, caro lei...». Solo dopo l’intervento di Pasolini gli intellettuali «organici» cominciarono a prendere le distanze da Fascista, ma già nelle sale il pubblico - necessariamente non tutto fascista - applaudiva a ogni comparsa del Duce, a ogni inaugurazione delle «opere del regime», a ogni successo dell’Italia del fare. Così che l’idea iniziale di imporre al ministro della Pubblica istruzione (che era Franco Maria Malfatti, figuriamoci se non avrebbe dato - e su due piedi - il consenso) la proiezione del film nelle scuole così che l’antifascismo entrasse nei cuori, nella mente e nella pancia degli studenti, fu immediatamente accantonata. E Fascista finì al bando, con l’accusa di antifascismo fascista.
Paolo Granzotto