Quando la passione non ha terza età

Saggi o satiri? Da Chateaubriand a Philip Roth, il difficile rapporto tra amore e vecchiaia nella vita e nella scrittura

Meglio non farsi illusioni circa la terza età, ma viverla con tenerezza. L’immagine sublimata del rispettabile saggio e quella derisoria del vecchio satiro sono due modi molto frequentati di guardare a questo segmento della vita che di tutti è il più dimesso: costellato di rifiuti verso quel tempo che oramai sta alle spalle. Mentre quello ancora da trascorrere diventa all’improvviso quantificabile in un numero limitato, o percepito come tale, di viaggi o conquiste sentimentali. Talvolta con partner di trenta, quarant’anni più giovani: e in ambito artistico, questo «talvolta» diventa «spesso». Philip Roth è stato visto accompagnarsi con una ragazza di 34 anni, avendone lui 74. Caso non isolato: ricordiamo l’erotismo tardivo di Yves Montand, Anthony Quinn, Charlie Chaplin, Arturo Toscanini, Michelangelo, senza dimenticare Victor Hugo. Di quest’ultimo, si trovano registrate nei diari dello scrittore ottuagenario diverse donazioni «a pro.», che fu letto come abbreviazione di «proscritti», felicitandosi della generosità del poeta. Almeno fino a quando la filologia non scoprì che si trattava di somme pagate a prostitute...
È argomento che inquieta. Tempo fa Ceronetti lanciò l’idea di una sistematica «assistenza sessuale degli anziani», scandalizzando e facendo discutere. E oggi, anche di più. I giovani si sono fatti agguerriti per necessità? In cima alle classifiche statunitensi c'è Boomsday di Christopher Buckley, romanzo satirico dove si offre ai dispendiosissimi - per le casse dello Stato - cittadini ultrasettantenni una vacanza ad hoc e altri premi, consumati i quali gli anziani dovrebbero alleggerire il mondo suicidandosi. Versione bestseller della tradizione di alcune tribù indiane d’America, nelle quali si proponeva ai vecchi del villaggio di esser lasciati morire di fame o portati in un bosco per farsi fracassare il cranio da un tomahawk. I più sceglievano la seconda chance.
Se nel pacchetto di Boomsday sia compreso qualche indimenticabile momento erotico non sappiamo: ma certo è una visione falsata della vecchiaia, che ha sì appetiti, ma parimenti, nei casi migliori, coscienza delle proprie responsabilità, sessuali comprese. In una dolorosa pagina di Vergogna il Nobel Coetzee si interroga sul diritto della carne vecchia di piegarsi su quella giovane: e la sua risposta è in qualche modo più profonda, anche se meno vivace, di quella di Roth. Per diversi motivi ricorda quella che, davanti a una simile impasse del desiderio, si diede Chateaubriand, di cui Adelphi manda ora in libreria Amore e vecchiaia (pagg. 49 euro 5,50): breve memoria incompiuta di una passione mai consumata, sebbene la ventinovenne Léontine de Villeneuve non avesse alcuna esitazione a concedersi al padre del romanticismo francese, che di anni ne aveva più del doppio.
Fu la più infelice delle passioni senili del grande scrittore: Léontine verrà ricordata nelle Memorie d'oltretomba col solo nome di «l’Occitanienne». Quando si incontrarono alle terme di Cauterets, nel 1829, Chateaubriand era già stato tutto: nobile e miserabile, ricco e povero, esule e patriota, ministro e ambasciatore, accademico e Pari di Francia; e autore di René, perfetta sintesi dell’uomo di quel tempo. «Mi chiedo perché mai per me sorga il sole»: era questo il suo stato d’animo, che si andava accentuando di stagione in stagione. L’incontro con Léontine lo scuote in profondità. Il poeta si trova a disagio in quell’ondata di passioni che tanto aveva cantato. Ma questa volta è troppo fragile, nel corpo e nell’anima, troppo eccitato, indifeso e collerico come solo un vecchio può esserlo. Come stabilire se sia lecito - a quell’età e in quell’usura di sentimenti - «approfittare del delirio in cui precipita a volte l’immaginazione di una fanciulla»?
Molteplici ragioni, non solo fisiche, pesarono sul responso rinunciatario di Chateaubriand. Le spiega bene Marc Fumaroli nell’attualissima postfazione al volumetto: l’autore de Il Genio del Cristianesimo aveva consapevolezza di quanto l’eros cristiano abbia «la propensione a vivere pericolosamente su una stretta via tra due precipizi, inferno e follia»; nonché di quanto possa essere «ardente, appassionato e voluttuoso» un rifiuto. Nel giro di poche righe lo scrittore vorrebbe «agitare quel giovane cuore, lasciargli un turbamento, un prolungato rimpianto, un fermento immortale». Poi vorrebbe risparmiarle una «prevedibile gelosia» che già gli procura accenti febbrili.
Vanità erotica di un romantico doc? Preferiamo pensare che, per una volta, il narciso Chateaubriand scelse di non sacrificare un amore sincero alla malattia di cui soffrì per tutta la vita, e da cui tentò invano di allontanarsi con ripetute effimere conquiste: la noia.