«Quando Di Pietro brindava a Pillitteri»

Nel suo libro «Lo sbarco», la figlia di Bettino ricorda l’ex Pm alle cene socialiste. «Mani pulite? Fu un’operazione politica»

da Milano

«Antonio Di Pietro non è una persona con cui prenderesti volentieri un the. Non consente né colloquio né confronto. Da quando è in politica è diventato più ricco. Ha comprato, sembra, tante case da dover costituire una società immobiliare, la “Antocri Srl”, dalla cui presidenza si è dovuto dimettere per via della legge sulla incompatibilità». Va giù di spatola Stefania Craxi nel ritratto a tinte forti che fa del leader dell’Italia dei Valori nel suo libro «Lo sbarco - genesi di una passione politica», fresco di stampa per i tipi di Koinè in vendita a 15 euro. Ma non traspare astio nelle parole della parlamentare di Forza Italia, ricandidata per il Pdl alla Camera nella circoscrizione Lombardia 1. Il gelo, piuttosto, definisce i contorni di una figura che - secondo l’autrice - ha sconvolto per il peggio il quadro politico italiano con la stranota inchiesta di «Mani pulite» dell’ormai lontano 1992. Già, l’inchiesta. Stefania Craxi non ha dubbi: «La verità è che con Tangentopoli si voleva fare un’operazione politica, non un’opera di pulizia morale». Del resto, annota amaramente l’autrice, «Di Pietro era un assiduo frequentatore delle cene socialiste. In più di una riunione conviviale è stato visto alzare il bicchiere e proporre un “hurrà per il nostro sindaco” (di Milano, ndr), che allora era Paolo Pillitteri».
In poco più di cento pagine di ricordi, prima e dopo la morte del padre Bettino, definito «il fondatore del socialismo liberale italiano», la primogenita dell’ex segretario del Psi intervalla le esperienze personali alla ricostruzione snella ma puntuale della storia politica italiana dagli anni ’70 a oggi. Come nel febbraio 2001 a San Macuto, quando Giuliano Amato, all’epoca capo del governo di sinistra, non volle accettare la proposta di fare la celebrazione del primo anniversario della morte di Craxi: «Era sempre timoroso che dalle carte di mio padre uscisse qualche appunto contro di lui».
Non è nemmeno tenera verso Romano Prodi. «Il 22 maggio 2006 - racconta l’autrice - si discuteva la fiducia al governo. Prodi aveva fatto un discorso sfrontato, e mi aveva indignato col suo attacco alla legge Biagi, definita fonte di precariato. Replicai che con l’opera di Marco Biagi, ultimo martire socialista, non abbiamo avuto più precariato ma più giustizia e più opportunità per i giovani. Affermando il contrario - dissi - lei continua l’opera di demonizzazione che ha certamente contribuito ad offrire Biagi al mirino delle Brigate rosse».Ma quale fu il vero errore politico del padre Bettino? La buona fede del leader nei confronti dei comunisti: «È stato l’errore della sua vita, la convinzione, ribadita dalla caduta del Muro di Berlino, che di fronte al Pci non ci fosse altra strada che quella del socialismo democratico. Si sbagliava: nel Dna degli ex comunisti è rimasta la falce e il martello, la violenza, l’arroganza, la presunzione, l’uso sistematico della menzogna».