Quando al plenum mandai i carabinieri

Il Csm continua imperterrito nel cercare di affermarsi pericolosamente quale «terza Camera» del Parlamento nazionale, non elettiva, non democratica, corporativa, ed anche nel cercare di affermarsi quale «organo costituzionale», posto al vertice del «potere giudiziario»! E su questa strada, chiaramente più che anticostituzionale, in realtà potenzialmente eversiva, il Consiglio è sostenuto da «costituzionalisti democratici», un tempo largamente rappresentati, ahinoi! Anche nella Corte Costituzionale e, come in questi giorni, da non pochi elementi della «sinistra giudiziaria» dell'Unione «prodiana».
La storia è antica. Interpretando estensivamente il potere regolamentare attribuitogli dalla legge, potere regolamentare chiaramente interno e cioè per disciplinare i propri lavori, il Consiglio superiore cominciò ad estendere questa sua ristretta competenza interna anche alla sfera dell'esecuzione e perfino dell'applicazione puranco integrativa delle leggi del Parlamento sull'ordinamento giudiziario e sul codice di procedura penale. Ricordo il pericoloso svuotamento per questa via dei poteri dei capi delle Procure e delle Procure generali delle Repubblica nei confronti dei più disinvolti sostituti! Ciò che portò alla anarchica parcellizzazione della promozione dell'azione penale. Il Consiglio superiore usò poi largamente dell'antidemocratico articolo 2 dell'ordinamento giudiziario fascista, quello che prevede il trasferimento per incompatibilità ambientale «propter odium plebis», istituto cancellato ormai anche nell'ordinamento canonico fuori delle garanzie di almeno un processo disciplinare, per «intimorire» o «punire» i magistrati scomodi, come Cordova e Ayala: si tentò anche, una pagina vergognosa!, di farlo con Carnevale ed anche con Giovanni Falcone, oggetto poi di perfide insinuazioni su le colonne de L'Unità, da parte di una «giurista democratico», eletto dalla sinistra al Consiglio Superiore. Poi vi fu la pretesa di arrogarsi il potere di censurare con una arrogante «quasi mozione di sfiducia» un presidente del Consiglio dei ministri. Questi aveva criticamente ricordato, nell'anniversario della morte, come nessuno fosse finito in galera dei responsabili accertati dell'oscura uccisione di un valoroso giornalista, cattolico e socialista, che aveva coraggiosamente scritto contro la sovversione di sinistra ancora di gran moda nei salotti e nei giornali di quella città. La maggioranza, già da allora «militante», del Consiglio superiore insorse «a tutela dell'indipendenza della magistratura» e presentò l'assurda «quasi mozione di sfiducia». Erano ancora i tempi in cui si riteneva che la presidenza del Consiglio superiore da parte del presidente della Repubblica non fosse puramente simbolica e decorativa, e che per la funzione di raccordo con le altre istituzioni e di garanzia del principio della divisione dei poteri che era insita nella sua presidenza, spettasse al capo dello Stato approvare l'ordine del giorno del «plenum» e negare l'iscrizione in esso di argomenti che non rientravano nella competenza dell'organo. Ed il capo dello Stato negò l'iscrizione. Ma la maggioranza «militante» minacciò allora di deliberarla in via d'urgenza in una seduta già prevista, ed il pavido, succube, e tremante vicepresidente del Consiglio superiore affermò che egli non intendeva opporsi. Il capo dello Stato fece sapere che se fosse stata tentata questa illegittima scorciatoia, egli si sarebbe recato immantinente a Palazzo dei Marescialli, avrebbe assunto la presidenza della seduta, avrebbe impedito che si votasse l'iscrizione in via d'urgenza della «quasi mozione» all'ordine del giorno, o se l'arbitrio fosse stato già compiuto con l'inerzia del vice presidente, l'avrebbe d'autorità tolto l'argomento dall'ordine del giorno ed in caso di proteste e tumulti avrebbe tolto la seduta, ed ordinato se del caso lo sgombero dell'aula e se necessario anche del Palazzo! E per dare credibilità a questo suo avvertimento, ottenuto l'assenso del governo e il parere favorevole da parte della Procura della Repubblica sulla legittimità del suo agire quale presidente dell'assemblea, fece schierare davanti al Palazzo agli ordini di un generale di brigata dell'Arma un nutrito reparto di carabinieri motocarrato ed in tenuta antisommossa e dispose che i carabinieri che prestavano servizio all'interno del Palazzo fossero in divisa ed armati, come prescritto dai regolamenti! La minacciosa e concreta, ma legittima e giustificata intidimidazione sortì l'effetto voluto: e non se ne fece niente. Ma dopo la presidenza di questo, anche per altri versi, caparbio ed originale signore, il Consiglio superiore dilagò. E ad arrestarlo è intervenuta finalmente sul piano giudiziario la Corte costituzionale, dichiarando inammissibile il conflitto d'attribuzioni sollevato contro il Parlamento da questo organo che è tuttalpiù d'alta amministrazione, e sul piano politico-istituzionale, doverosamente e tempestivamente il presidente del Senato ed il presidente della Camera dei deputati che hanno deplorato che questo organo abbia preso illegittime posizioni di critica contro atti del Parlamento. Che strillino in modo indecente contro i presidenti delle Camere del Parlamento nazionale giustamente intervenuti a difesa dell'unica rappresentanza della sovranità nazionale, la maggioranza «militante» del Consiglio superiore ed il vice presidente di esso, questi nell' eterna speranza che la sinistra «giudiziaria» appoggi finalmente la sua nomina a giudice costituzionale od a senatore a vita, è intollerabile, ma comprensibile. Forse i «neogiudiziari», pronti a trasformarsi in «neogiustizialisti» non ricordano che quando quell'originale capo dello Stato si comportò in quel modo disinvolto, ebbe la discreta approvazione della segreteria del Pci. Ma segretario del partito comunista, non ancora «prodiano», era a questi tempi, tempi felici per il rispetto della primazia della politica e della sovranità popolare, il colto Alessandro Natta, ed incaricati dei problemi istituzionali e della giustizia Pecchioli e Perna.
La mia critica alla politica della giustizia della Casa delle libertà è quella stessa formulata da Pierferdinando Casini: non avere affrontato con serietà e decisione i problemi fondamentali della giustizia, compreso quello dello strapotere incontrollabile dei «pm sceriffi», anche al fine di riportare giudici, pm e Csm nell'alveo dei principi di uno Stato costituzionale di diritto, parlamentare e rappresentativo.