Quando poteva nascere il super Toro di Moggi e Giraudo

L’ex presidente Rossi e gli attuali dirigenti bianconeri avevano sperato di fare grandi i granata: poi le contestazioni dei tifosi li hanno fatti fuggire

Filippo Grassia

Per saperne di più sull’ingrato destino del Torino bisognerà aspettare la riunione del Consiglio Federale che, venerdì prossimo, deciderà sui club bocciati dalla Covisoc (oltre una ventina dalla Serie A alla C) in base ai «pareri vincolanti» della Coavisoc. Ma la sorte della società granata, che deve fare i conti con un debito enorme, 34 milioni di tasse arretrate e una fideiussione falsa, non è figlia di questi giorni, ma parte da lontano. Gli ultras granata, che l’altro giorno hanno minacciato di boicottare le Olimpiadi, complimenti per l’intelligenza, dovrebbero prendersela con i colleghi di tre-quattro lustri fa che costrinsero l’allora presidente Sergio Rossi a lasciare il Torino. Lui e, udite udite, Luciano Moggi, trasferitosi armi e bagagli nell’estate del 1987 a Napoli. Quei ragazzotti, male istruiti e strumentalizzati, fecero un danno incalcolabile.
Il Toro non avrebbe mai più trovato, con la temporanea parentesi di Borsano, caduto rovinosamente alla fine della Prima repubblica, un presidente disinteressato e danaroso come Rossi. Per inciso lo aveva convinto Gianni Agnelli a entrare nel calcio. Il fato volle poi che Antonio Giraudo, mentre stava accarezzando l’idea di lasciare la Fiat per dedicarsi proprio alla società granata, fu chiamato da Umberto Agnelli a ricoprire la carica di amministratore delegato della Juventus. Con i risultati che sappiamo: 6 scudetti e 4 finali di Champions League in 11 stagioni senza ricevere un centesimo dalla real casa. Ancora qualche mese e Giraudo, messo alle corde da Cesare Romiti, avrebbe fatto coppia con Moggi, ritornato nel frattempo al Torino. Chissà come sarebbero cambiate le cose nel calcio italiano se i due avessero lavorato da una parte piuttosto che dall’altra. Da quel momento il Torino è andato di male in peggio. Adesso è agonizzante.
Con tutto il rispetto per Ciminelli, l’alibi della fideiussione falsa non tiene. Se l’attuale presidente ne avesse avuto le credenziali, non si sarebbe rivolto a Luigi Gallo, esperto in fallimenti, per ottenere la fideiussione di 18 milioni e 708 mila da presentare all’Agenzia delle Entrate, ma a una banca o una assicurazione di primaria importanza. Era accaduta la stessa cosa alla Roma, e non soltanto alla Roma, due anni fa. Nel calcio le lezioni non servono o non possono servire. A questo punto i tifosi granata dovrebbero chiedersi se è preferibile giocare in A con un club in stato comatoso o ripartire, grazie al lodo Petrucci, dalla serie inferiore con una nuova società senza debiti. I casi di Palermo, Firenze e Napoli sono emblematici.
La Federcalcio non è immune da colpe perché ha permesso a Torino, Messina, Perugia, Salernitana e compagnia bella di arrivare a indebitamenti così gravosi: bisognava intervenire prima, molto prima. Come può andare avanti, fra l’altro, il campionato di B che spende oltre il doppio di quanto incassa e pretende 100 milioni di euro a stagione dalla serie maggiore per continuare a fare debiti? Se Carraro e Abete non dovessero usare la scure, finirebbero per diventare complici di questo sistema. Un aborto.