Quando il povero Bram fu messo 'ko'

In esclusiva l'inedito letterario di Piero Chiara. Panettieri, dentisti, amici d'infanzia: il piccolo universo di Luino e dintorni in una narrazione che ha fatto scuola

Piero Chiara

Il povero Bram visse quando io ero fanciullo. Aveva la bottega di fornaio nell’antica via dei Mercanti, una tortuosa via in salita, selciata a pietre tonde, sepolta tra due file alte e irregolari di case decrepite, le cui tinte svariate il tempo ha fuso in un’armonia di gialli e di rosa sbiaditi. Sotto quelle case si aprono tetri portoni che attraverso oscuri angiporti mettono ai cortili interni, a giardini rustici, a lembi di bosco superstiti da secoli fra le mura del borgo.

La strada è tutta un mondo vivace di bottegai e di povera gente, immagine sopravvissuta di un vecchio paese dell’alta Lombardia.
La via dei Mercanti ospita le più antiche botteghe del borgo e l’odore delle drogherie vi stagna mescolato a quello delle cucine e delle pasticcerie a tutte le ore del giorno. Per quella specie di crepaccio aperto tra le case scende dall’alto lo stormire delle campane, e l’onda sonora entra dai balconi fioriti e da tutte le finestrelle a riempire la stanza. Quando a primavera il sole ritorna sulle soglie e spunta l’erba verde tra il selciato, la stagione è più viva e dolente in quel poco verde che non fuori, sui colli e nei prati o sul lago che prende colore sotto i primi venti tiepidi.

La bottega del Bram era volta alla parte di dove al pomeriggio veniva il sole, scendendo da sopra il solaio di casa mia. Aveva una entrata ad arco, metà della quale era occupata da una vetrina dov’erano esposte alcune pagnotte, dei pani fatti a treccia e della pasta di Napoli sbiancata dal sole. Intorno all’arco di volta era scritto: PANIFICIO DI ABRAMO PALADINO.

Nell’interno correva per il lungo un gran banco di legno chiaro e le pareti erano coperte da grossi armadi a cassettone per la pasta e le farine. Dietro il banco la moglie del Bram pesava il pane, incassava i danari e scriveva sul registro con severa attività, alta e sgarbata, con un pacco di capelli rossi sul capo eretto.

Al mattino, quando aveva molta gente in bottega, era intrattabile ed io non mi azzardavo a passarle sotto gli occhi per andare nel laboratorio a trovare il Bram che stava gettando nel forno la seconda cotta. Ma al pomeriggio, nelle ore tranquille, potevo attraversare e il Bram mi accoglieva con un sorriso luminoso nei suoi occhietti innocenti, contento di vedermi e disposto a rispondere gentilmente a tutte le mie domande.

Lavorava con grandi gesti di fatica, con lo sguardo assente, con la testa vicina alla pasta perché era miope e voleva vedere e tanto lui che la moglie credevano che gli occhiali fossero un lusso da fannulloni.

Nel locale del forno, attiguo alla cucina, la luce entrava da una finestrella che dava in un cortile senza sole ed era la vampa del forno sovente aperto che illuminava la fronte lucida del Bram ed il suo continuo sorriso pieno di bontà infantile. Aveva pochi capelli sparsi sul piccolo capo tondo ed un paio di baffi neri dai peli radi e ricurvi all’indentro.

Egli lasciava che io mi riempissi le tasche dell’uva secca che impiegava per i pani speciali, mi lasciava fare pupazzi di pasta con occhi di carboni e permetteva talvolta che io modificassi, secondo il mio estro, la forma di qualche pane ancora in pasta. Guai per me e per lui se sua moglie si fosse accorta di tutto questo, perché tra di noi esisteva una specie di complicità ed anche lui ci si divertiva, povero Bram, che non aveva altra gioia che il suo lavoro continuo e duro e il canto dei grilli di cui era pieno ogni angolo della sua casa.
Nelle sere d’estate, quando il giorno non finiva mai, egli veniva sulla soglia della bottega a leggere il giornale. Era tutto bianco di farina, coi pochi capelli arruffati, sempre senza giacca, colla camicia sbottonata e le maniche rivoltate sopra il gomito. Teneva il giornale colle braccia spalancate in alto e vi affondava nel mezzo la testa per avvicinare gli occhi allo stampato. Sembrava volesse levarsi a volo con quelle ali di carta, lasciando in terra le sue ciabatte, una presso l’altra. Ingombrava la soglia e se qualcuno entrava improvvisamente in bottega passando di striscio tra il suo giornale e l’angolo della vetrina, il Bram dava un balzo che gli faceva accartocciare il foglio ed emergeva confuso con gli occhi spaventati.

Fu una di quelle sere d’estate che mentre il povero Bram voleva togliere da solo il sacco di farina dal magazzeno, non si seppe come, da una pila di sacchi se ne staccò uno che lo investì, lo gettò a terra e lo coprì tenendolo sotto bocconi, come un topo. Accorse la moglie, ma non potendolo liberare uscì nella via a chiamar gente. Tra gli accorsi fui anch’io, e mentre gli uomini sollevavano il sacco, andai dalla parte dove il Bram sporgeva colla testa a guardarlo, e il Bram, mezzo soffocato, coi baffi e tutto il viso bianco di farina, guardò in su verso di me e mi sorrise.

Povero Bram! Quanta pena ha il mio cuore quando mi ricordo di lui nel tempo della mia infanzia lontana, dei suoi occhietti neri, del suo viso pieno di ingenuità e di un’effusa bontà interiore velata da un’ombra di idiozia che io solo forse capivo e certo io solo amavo.
La sua moglie dai capelli rossi ebbe poi un figlio ed egli l’aveva sempre fra le mani ignudo e pareva veramente felice. Lo faceva camminare, lo portava in riva al lago e buttava per lui dei sassi nell’acqua. Ma anche dopo la nascita del figlio non diceva mai nulla di notevole e la gente lo credeva un povero asino, capace solo di lavorare. Passò qualche anno e l’erba tenue di diverse primavere spuntò fra il selciato di quella stretta via piena di fondachi oscuri dove abitava la mia famiglia e quella del Bram.

Era venuta la guerra e tante cose avevano sconvolto l’ordine antico. I miei lasciarono la casa dov’ero nato e il regno ampio e misterioso di tutti quei cortili fu sottratto per sempre ai miei giochi ed alle mie scoperte.
Ingrandii tristemente e fui chiuso a studiare in collegio.
Intanto il Bram, arso dal calore del forno e logorato dalla fatica, si ammalò e non potè più lavorare. Sua moglie dovette vendere la bottega ed andare col figlio ed il marito ad abitare altrove, in una vecchia casa, in un’altra via più scura e silenziosa.

Durante le vacanze di Natale, quando tornai in famiglia, mi dissero ciò che accadeva al Bram ed io andai a trovarlo.

Era contento. Aveva nella nuova abitazione una terrazza sui tetti dove arrivava il sole e lassù passava tutto il giorno. Non appariva per nulla ammalato, tanto che giocava ancora allegramente col figlio già grandicello. Portava la giacca ed il gilè e non era più bianco di farina. Non volevo ammetterlo, ma rivestito così, in quella casa senza gente, mi sembrava un altro uomo e non più il mio vecchio amico.

Qualche mese dopo tornai al paese ed andai di nuovo a trovarlo.
Era in letto ed il suo male era diventato tanto grave che non c’era più speranza. Ma era tornato ad essere il Bram di un tempo. Sporgeva dalle coperte colle spalle e teneva le braccia un po’ allargate appoggiate sul letto; aveva la camicia sbottonata e il viso bianco come quand’era infarinato.

Nella stanza scura il giorno entrava da una finestra che metteva in un cortile cieco e la luce di una lanterna a petrolio gli illuminava la fronte lucida, come la vampa del forno dove aveva lavorato ad impastare alacremente il pane.

Sul canterano c’era un Gesù di cera sotto una campana di vetro ed una gran tristezza riempiva tutta la casa che era muta, senza il canto acuto dei grilli che ravvivava ogni angolo dell’altra.

Quando fui presso il suo letto il Bram mi guardò e mi sorrise, proprio come quella volta quand’era sotto il sacco, senza dolore, senza speranza, solo con una bontà senza fine, sul suo volto bianco, con una fiammella negli occhi da topo. Pochi giorni dopo morì e portò con sé tutto il sapore di quei giorni lontani e la dolcezza di quel sole che scendeva di sbieco dai tetti alti nella via angusta. Portò con sé la nostra semplice amicizia e la mia infanzia finita.