Quando la povertà è un pretesto

Un giovane ammette che preferisce la strada alla fatica in azienda

«Non mi devono trovare, quella di fare il mendicante è una copertura!» Così un signore di mezza età che si trovava in questi giorni davanti alla Chiesa di S. Camillo, a due passi da Palazzo di Giustizia. E si sa, stare sotto casa alla giustizia è farla in barba a tutti perché di solito si cerca lontano, mai sotto il proprio naso. A chi si azzarda a fargli qualche domanda di più oltre alla rituale: «Come sta?» (sempre che venga fatta) replica con fare quasi minaccioso: «Ma non sarai mica uno della polizia in borghese? Perché tutte queste domande?» E rincara la dose: «Se mi hai fotografato guai a te se fai girare la mia foto... Se scoprono che sono qua son casini...» Infatti non gli interessa più di tanto ricevere monetine, non tiene esposto nessun cartello: «Se volessi fare soldi andrei da qualche altra parte più frequentata, non ti pare? Qui non passa un bel nessuno. Ed è meglio così!».
Ma perché allora stare proprio davanti ad una Chiesa? «Questo è un luogo pubblico, qui si sta bene. E così non desto alcun sospetto…». E non vuole aggiungere altro, solo ribadisce l'ordine severo di non far girare la sua foto, anche se si tratta di una inquadratura complessiva della facciata della chiesa. Ma non è il solo che non vuol essere fotografato. É il caso, ad esempio, di una signora, forse zingara o forse italiana, non si sa, che sta in via Venti Settembre nei pressi del negozio della Vodafone (guarda caso i negozi più frequentati son quelli presi maggiormente di mira), con una sorta di tavolino, una scatola di cartone che fa da cassetta delle elemosina e un cartello: «Ho bisogno del vostro aiuto». Appena vede che la fotografiamo si alza di scatto e grida forte: «Chiamo la polizia!!!!» La invitiamo a farlo tranquillamente, al che si scaglia contro di noi per strapparci la macchina fotografica: «Te la spacco! Non si può fotografarmi!!! Infame!». Ma non si capisce che abbia da nascondere. Se si chiede al vicino tabaccaio, nessuno sa niente di lei. «É una donna misteriosa. Alla sera la vediamo confabulare con degli altri uomini… ma non sappiamo molto. Se qualcuno si avvicina, lei strilla!».
Pure il vecchio mussulmano che fa la spola tra via XX Settembre e piazza Fontane Marose non vuol essere fotografato. Eppure i suoi appariscenti cartelli stampati su delle lavagnette metalliche capeggiano a grandi lettere: «Operato due volte al cuore… Soffro di reumatismi» e cose del genere.
«Tutte fandonie - ci spiega un signore che lo conosce bene - è un modo per attirare l'attenzione. Non vede come cammina bene? E' più furbo di quel che non si pensi…»
Un'altra categoria molto diffusa nel centro di Genova sono quelli che mendicano con l'ausilio del loro cane. Si incomincia da Julian, francese col cane Marco che pare stare peggio del padrone. Recita il cartello a caratteri cubitali: «Il mio cane ha avuto due ictus, ha disturbo intestinale, ha bisogno di un aiuto per le medicine». Julian è da due anni in Italia, perché «in Francia la situazione era peggiore, qui qualche spicciolo lo fai». Sta a Voltri in una casa (vietato chiedere maggiori dettagli), alle mense non può andare - dice - per via del cane (cosa non vera, come testimoniato da alcuni volontari) e lavoro non ne trova: «Nelle aziende non mi prendono - sbotta - e vacci tu a fare i lavori più demenziali!». Il problema di molti di questi poveri è infatti il non volersi abbassare a lavori «umili» o che richiedano un po' più di fatica. Ce lo spiega un assistente sociale, che aggiunge: «Il vivere di elemosina è cento volte più comodo, ma la gente cosi facendo non li aiuta. Anzi, li fa diventare dipendenti e con forti problemi psicologici-relazionali. Se nessuno desse i soldi per le strade, prima o poi si rivolgerebbero ai centri d'ascolto e a chi può veramente aiutarli e reinserirli nella società».
E così Julian rimane a leggersi il giornale del giorno che riesce pure a permettersi di acquistare: «Compratelo anche tu come faccio io, costa solo un euro!»
La saga dei cani, dicevamo. Abbiamo il giovane italiano pieno di orecchini e tatuaggi che sta in via Dante che rivende le bibite fresche del supermercato ad 1 euro, col suo inseparabile quadrupede accovacciato malinconico ai suoi piedi. Quindi, tornando in via Venti, troviamo niente di meno che «De Rossi». Sì, lo stesso che gioca come calciatore nella Roma. Si tratta di un giovane con due cani che stanno male e che veste sempre la maglia giallorosa. «Chiamami pure De Rossi!» dice a chi domanda. Ma poi leva subito il disturbo e i cani, che prima stavano mogi, iniziano a saltellare e a giocare festosi. De Rossi li rimprovera, altrimenti, se risultano troppo arzilli, non fanno più compassione alla gente. La rassegna potrebbe andare avanti a lungo. E i gaget di cui questi mendicanti sono muniti risulta sbalorditivo. Ad esempio Angelo, siciliano che dorme nelle stazioni ferroviarie di Nervi e Recco, di giorno gira per Genova con la sua inseparabile radiolina attendendo - dice - i soldi della pensione di invalidità per le mani «che proprio non funzionano più come una volta», pensione che il Comune gli ha promesso ma ancora non ha ricevuto. A proposito di Comune: dopo lo sfratto impartito a zingari, rumeni e compagnia bella, si accusano le pubbliche associazioni di volontariato: «Perché non li ospitano loro?».
Domani pubblicheremo la replica della Caritas genovese, insieme a tutti i dati raccolti dall' «Osservatorio delle povertà e delle risorse» sulla spesso drammatica situazione dei poveri a Genova, per strada o meno che siano, si tratti di stranieri o italiani. Tolti i balordi e i «falsi poveri», restano persone che, per dirla con De Andrè, «se non sono gigli, son pur sempre figli, vittime di questo mondo».
(2 - continua)