«Quando prigioniero ad Algeri incontrai il prigioniero Coppi»

Continuano i racconti di guerra del caporalmaggiore del Genio Alessandro Uca

Alessandro Massobrio

La memoria possiede il movimento ondoso caratteristico del mari piccoli, circoscritti, privi di tempeste e sommovimenti violenti. Ogni onda segue la precedente, ogni onda si infrange sul lido dove un'altra onda si è infranta. Nessuna tregua, nessuna soluzione di continuità. Per chi possiede una memoria come quella di Alessandro Uca, caporalmaggiore del Genio nell'ultimo conflitto mondiale, 85 anni portati con inconsueta lucidità, la memoria può rappresentare quel «sovvenir» di cui parlava il Manzoni nel Cinque maggio. Un tormento più che una catarsi, un continuo affondare del coltello nella piaga più che il benessere della progressiva cicatrizzazione.
Per Alessandro Uca il tempo non è passato. Egli è rimasto ancora ai giorni immediatamente precedenti 8 settembre del 1943, a Creta, in un caposaldo tedesco, che poteva essere raggiunto soltanto via mare.
Di fronte a lui, sull'azzurro silenzio del Mediterraneo, solo un'isola. L'antica Spinalonga, uno scoglio che molti secoli prima era appartenuto a Venezia, ormai sede soltanto d'un grande lebbrosario.
Il giovane ventitreenne non ha alcun contatto con il mondo che lo circonda. Della guerra, di quella guerra che l'Italia sta combattendo e perdendo a fianco dell'alleato tedesco, gli giungono brevi e frammentarie notizie unicamente tramite i collegamenti radio con Tirana e Roma delle ore 20.
Degli altri commilitoni, forse di qualche anno più giovani di lui, Uca non sa più nulla: gli è rimasto soltanto un grande quanto ingiustificato senso di colpa. Il senso di colpa di chi si domanda: perché sono tornato io e non altri? Quale misterioso disegno aveva in serbo per me la provvidenza?
«Diversi anni fa, a guerra finita - mi racconta - mi trovavo dalle parti di Pistoia, sulla strada che corre verso Predappio, il paese natale di Mussolini. Ad un tratto, la mia attenzione è attirata da un cartello stradale: Maresca. Maresca per me non è un nome qualsiasi. A Maresca è nato Papini, uno dei miei più cari compagni d'armi. Anche di lui ho perso qualsiasi notizia. Non so se sia vivo o morto. Forse il destino vuole che nel caos del mio passato si accenda una luce. Che un volto riaffiori dalle tenebre. Chiedo ad un passante se per caso conosce qualcuno di nome Papini. “Qui tutti si chiamano Papini - mi risponde - ma nella società cattolica c'è spesso un reduce, che credo si chiami proprio Papini. Lo riconoscerà subito. Passa il tempo a giocare a scacchi“. Papini era un gran giocatore di dama e di scacchi. Forse - e il cuore mi batte nel petto - dalla porta del tempo qualcuno è giunto fino a me. Entro e subito, nella penombra del locale, lo scorgo, lo riconosco, ma non lo abbraccio. Piuttosto gli vado vicino e con tono brusco gli intimo di smetterla di giocare e di venire fuori un momento. Ah! Papini non si faceva mettere i piedi sulla testa da nessuno al mondo. Mi trafigge con uno sguardo che non promette niente di buono. Ma subito, d'improvviso, quello sguardo si trasforma. Diventa colpo di stupore. “Ma come? - esclama balzando in piedi - a me avevano detto che eri morto“. “Lo stesso che avevano raccontato a me, vecchio mio“».
I ricordi si affollano nella mente di Alessandro Uca, caporalmaggiore del Genio, in quella sera dell'8 settembre, mentre le prime ombre calano sul mare di Spinalonga. I nazisti fanno irruzione nella sede della radio. In piedi, davanti al marconista ascoltano il massaggio del maresciallo Badoglio, in cui viene annunciata la fine dell'alleanza italo - tedesca.
La loro reazione è furibonda. Grida urla, imprecazioni. Nella mente del marconista, che assiste sgomento a quello che sui libri di testo si suole chiamare, con non poca retorica, momento storico, si affollano pensieri e ricordi di ogni tipo. Lontani, lontanissimi spesso dal momento presente. Come dicono accada a chi sta per lasciare questa nostra esistenza.
«A chi ho pensato in quell'istante? Un po' a tutti: Ai miei che erano restati a casa, ai compagni d'arme, alla brava gente di Creta e sì, lo confesso, anche ad una brava ragazza che avevo conosciuto così, di sfuggita. Guardi, anche il nome mi è rimasto nella memoria. Si chiamava Ellenizza, Elena, in italiano. No, non sono d'accordo circa quanto è stato detto a proposito dei cretesi. Crudeli? Sanguinari? Con me si sono comportati con grande umanità. Certamente erano cacciatori ed hanno sparato contro i paracadutisti tedeschi, quando li hanno visti penzolare nel cielo sopra le loro teste. Ma si trattava di difendere la patria da una ingiusta aggressione. Ma che si trattasse di brava gente, non c'è alcun dubbio.
Appena sbarcato con il contingente italiano, ricordo di essere stato inviato in un villaggio tanto piccolo da scomparire quasi sulla carta geografica di una piccola isola come Creta. Si chiamava Exopotami. Quanto a me, fungevo da marconista, con il compito di tenere i collegamenti tra il settore italiano ed il resto del territorio, controllato dai tedeschi.
Appena arrivato, il paese sembrava abbandonato. Tutti nascosti nelle loro case, a spiare forse i misteriosi italiani (quattro marconisti ed un cuoco) che si aggiravano per le strade deserte. Finalmente, si fa vivo un papàs. Lei sa che cosa è un papàs? È un prete greco - ortodosso, che parlava il francese e visto che di francese qualcosa masticavo anch'io, beh, abbiamo incominciato a comunicare.
Fu allora che ho conosciuto Ellenizza. Era la figlia di un primario, sfollata a Exopotami per sfuggire ai pericoli dell'occupazione tedesca. Frequentava l'università, suonava il piano. Volle darmi qualche lezione di greco moderno. La guardavo negli occhi, qualche volta le nostre mani s'incontravano. Se ci fu qualcosa? Può darsi, ma solo a livello di sguardi.
Un giorno, i tedeschi arrivarono come una nuvola di tempesta. Venivano a fare razzia di generi alimentari nel paese. Galline e maiali furono caricati sui camion. La gente era disperata. Il papàs, che non era soltanto prete, ma fungeva anche da sindaco e maestro di quelle cento anime, si fece incontro ai militari. Protestava energicamente, voleva che restituissero il mal tolto.
Ma i tedeschi fecero prima: invece di mollare la refurtiva, arrestarono il sindaco che la reclamava indietro. Era già a bordo di un camion, il poveraccio, quando un mio commilitone - era un piemontese, si chiamava Bido - venne a chiamarmi. Che fare? Prendo la prima arma che mi capita sotto mano, un fucile mitragliatore Thomson americano ed esco dalla stazione radio.
Avevo cinquanta colpi in canna. Bido mi copriva le spalle con il suo fucile. Spianiamo le armi sotto il naso dei tedeschi e con un gesto il più eloquente possibile faccio cenno di far scendere il prete. “Quello resta qui!“ urlo al capo dei razziatori. Il militare sbraita e vuol discutere, ma la canna del Thomson puntata contro il suo petto non ammette repliche. “Quello resta qui!“. I nazista depositano dalla camionetta il papàs, che svanisce nel nulla. A me spetta solo qualche gesto di minaccia, che fortunatamente non è mai stata portata ad effetto».
Quanti ricordi! Quante onde vanno a morire sulla spiaggia! Sono trascorsi due anni. È il maggio del 1945. Dopo due anni di prigionia tedesca, giunge finalmente anche a Creta la notizia della capitolazione dell'esercito della Repubblica Sociale Italiana. I militari, che si sono arresi al comando alleato dell'isola, vengono trasportati a Taranto. Si avvicina - così almeno sembrerebbe - la fine delle lunghe tribolazioni. Dopo cinque anni di assenza da casa, Alessandro Uca incomincia a scorgere, come direbbe il Virgilio delle Bucoliche - il fumo del suo camino. Ma è pura illusione, pura speranza.
In realtà, non appena giunti a Taranto, i prigionieri, con la cooperazione delle stesse autorità italiane, sono respinti lontano dalla patria. Imbarcati sulla nave da trasporto francese, Ville d'Orange, sono condotti in un campo di concentramento in Algeria. Per il protagonista della nostra storia ha inizio un nuovo capitolo di un romanzo che non sembra aver fine.
Ecco, una spiaggia sconfinata si allunga verso il sole al tramonto. Parallela ad essa corre la litoranea, lungo la quale svetta qualche palmizio. Alcuni prigionieri italiani la percorrono di corsa, sotto il tiro di una mitragliatrice britannica. Queste brevi «gite fuori porta» sono il premio di buona condotta che gli alleati concedono agli italiani prigionieri. Magro premio, senza dubbio, ma preferibile comunque, all'attesa dietro il filo spinato di un campo di concentramento dell'Africa del Nord.
D'improvviso, un ciclista appare all'orizzonte. Procede in direzione opposta ai prigionieri. Curvo sul manubrio della sua bici, muove le gambe con la regolarità d'uno stantuffo. Il vento del deserto gli gonfia la maglietta. Il profilo del suo viso è tagliente ed aerodinamico come se la natura lo avesse creato per fendere proprio quel vento.
Alessandro Uca si ferma ed applaude: «Forza, Coppi!», grida allo sconosciuto. È un grido comune in Italia, da quando il corridore piemontese ha vinto la maglia rosa nel '40. Poi la guerra ha provveduto a chiudere lo sport nel cassetto delle cose belle ed irraggiungibili.
Uno stridore di freni. L'uomo in bici si ferma. Si gira verso chi lo ha chiamato. «Come fai a conoscermi?», chiede all'esterrefatto Alessandro Uca Fausto Coppi, anch'egli prigioniero di guerra ad Algeri.
(3. continua)