Quando Prodi chiamò la Consulta sul segreto di Stato

Nel 1997 e nel 1998 l’attuale presidente del Consiglio si oppose alle richieste della Procura

da Roma

Segreto di Stato sul caso del rapimento di Abu Omar? L’interrogativo tiene con il fiato sospeso il mondo dell’intelligence, che sta attraversando l’ennesima bufera dopo gli arresti di due alti funzionari del Sismi e l’interrogatorio del direttore dei servizi segreti militari, Niccolò Pollari.
Non è la prima volta che gli agenti dei servizi segreti italiani si trovano tra due fuochi e invocano il segreto di Stato rimandando la palla alle autorità politiche, e in particolare al governo, cui spetta la decisione. I precedenti non mancano. Uno, in particolare, viene citato dai giuristi e vede per protagonista l’attuale premier, durante la sua prima esperienza come inquilino di Palazzo Chigi.
Per due volte infatti, nel 1997 e nel 1998, l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi si rivolse alla Corte Costituzionale, sollevando un conflitto di attribuzione nei confronti della procura di Bologna. La prima volta a seguito di indagini svolte a carico di funzionari del Sisde, il servizio segreto civile, e della Polizia. La seconda contro la richiesta di rinvio a giudizio a loro carico. Richiesta basata, secondo il ricorso presentato da Prodi, su fonti di prova contenute nel Segreto di Stato opposto dal premier in base alla legge di riforma dei servizi di informazione e sicurezza, la 801 del 1977.
Nel gennaio 1997, la Procura della Repubblica di Roma aveva iniziato un procedimento penale nei confronti di tre funzionari, per attività informativa effettuata dal Servizio antiterrorismo della Direzione centrale della polizia di prevenzione e dal Sisde nel settembre 1991 nei confronti di un cittadino straniero nell’ambito di una operazione antiterrorismo.
Nel corso delle indagini preliminari svolte dalla Procura, venne opposto il segreto di Stato sia durante l’interrogatorio sia in relazione a un ordine di esibizione documentale dell’autorità giudiziaria.