Quando Prodi giurava agli italiani: "Non tasseremo i Bot"

Sempre più concreta l’ipotesi che il governo aumenti le aliquote su
investimenti finanziari, titoli di Stato e fondi pensione per trovare
nuove risorse. In campagna
elettorale il Polo
aveva avvisato
gli italiani sul
rischio stangata. Ma l’Unione
era insorta: "La destra fa
terrorismo
psicologico"

da Milano

«Ci sarà l’imposizione sulle rendite finanziarie. Ma non Bot, Cct... Soltanto le plus-va-len-ze sulle azioni...». Così parlò Romano Prodi nell’aprile del 2006, durante il confronto tv su Raiuno con l’allora premier Silvio Berlusconi. Aggiungendo: «Io credo che i cittadini si possano fidare della mia parola». Ma purtroppo per Prodi, verba volant video manent. È tutta colpa di Youtube (http://it.youtube.com/watch?v=XwEXwrtlFW0) se le promesse (non mantenute) dei politici restano nella memoria della Rete. E se alcune dichiarazioni rilasciate alle agenzie possono abilmente diventare «incomprensioni», col solito codazzo di polemiche contro i giornalisti, le frasi pronunciate davanti alla tv e immortalate dal web non lasciano scampo.
Una stangata annunciata. In quella circostanza, a pochi giorni dalle elezioni, l’allora candidato dell’Unione a Palazzo Chigi probabilmente era già al corrente dell’incredibile rimonta del centrodestra, che poi perse alla Camera per 20mila voti. E dunque l’obiettivo era rassicurare gli italiani che l’aliquota sui Bot non sarebbe aumentata. Con frasi tipo «la destra sta creando turbativa nei mercati e preoccupazione tra i risparmiatori» (ancora Prodi) o tipo «sul problema “tasse” la destra fa terrorismo psicologico in modo irresponsabile e ingannevole» (Piero Fassino). Ora che la stangata sui Bot, Cct, fondi pensione e Tfr prende sempre più consistenza, viene in mente la frase di Vincenzo Visco, oggi viceministro dell’Economia: «Se aumentiamo l’aliquota dal 12,5 al 20%, l’incidenza sul prelievo dai Bot sarebbe comunque modesta, circa 2 miliardi. E comunque per il 90% dei risparmiatori titolari di titoli di Stato si tratterebbe di maggiori costi pari a pochi euro, per altro ampiamente bilanciati dalla riduzione dell’aliquota sui depositi bancari».
La tassa di successione. «Noi applicheremo questa tassa solo partendo da parecchi milioni di euro», giurò Prodi davanti a milioni di italiani. Purtroppo per lui nessuno gli credette: in quei giorni, come peraltro il Giornale scrisse, le famiglie italiane facevano la fila dai notai nel tentativo di aggirare la terribile trappola. Che puntualmente scattò, a dispetto delle promesse di Prodi («parecchi milioni di euro», disse), con una franchigia fissata dalla Finanziaria 2006 a un milione di euro per gli eredi in linea retta (con aliquota al 4%) e di 100mila euro tra fratelli (con aliquota al 6%). Per tutti gli altri casi, venne nuovamente istituita una tassa dell’8% sul valore del bene. Altro che «grandi patrimoni», altro che «parecchi milioni di euro».
Evasione fiscale e nuove leggi.
«Per combattere l’evasione fiscale in Italia non c’è bisogno di aumentare le imposte», disse in tv Prodi replicando alle accuse di Berlusconi, che paventava una raffica di nuovi balzelli. «Abbiamo solo da applicare quelle che ci sono già». Anche in questo caso le promesse elettorali di Prodi sono rimaste lettera morta. Il governo ha abbassato la no-tax area da 15mila a 7.500 euro e soprattutto ha inasprito le aliquote Irpef sui redditi medio-bassi. Col risultato che, da gennaio a dicembre dello scorso anno, i redditi compresi tra 25mila e 40mila euro si sono notevolmente indeboliti (vedi inchiesta del Giornale sulle tredicesime), dando corpo al famoso «tesoretto» e fiaccando le famiglie, come dimostrano le polemiche politiche di questi giorni. Come se non bastasse, la Finanziaria 2006 ha deciso di potenziare l’anagrafe tributaria, dando la possibilità all’Agenzia delle Entrate di incrociare le dichiarazioni dei redditi con i conti bancari, il canone Rai, l’Ici e tutta un’altra serie di balzelli, anche per stabilire l’eventuale congruità delle dichiarazioni con lo stile di vita. E coinvolgendo nella lotta all’evasione anche i Comuni, che avranno in cambio il 30% delle maggiori somme incassate da Irpef e Ires inevaso. Adesso che il governo promette di restituire potere d’acquisto alle famiglie che lui stesso ha impoverito, le ricette si sprecano ma i fondi non si trovano. Secondo l’ufficio studi della Cgia di Mestre «per incidere in maniera significativa su pensionati e dipendenti servono almeno 15 miliardi di euro». Chi ha un titolo di Stato è avvisato.
felice.manti@ilgiornale.it