Quando il progressismo è imbarbarimento

Stizzito per la severa reprimenda del Card. Ruini contro la monumentale faziosità della sua opera pseudostorica sul Concilio Vaticano II, traumatizzato dall'esito del Referendum e soprattutto dalla elezione al Sommo Pontificato del Cardinale Joseph Ratzinger, elezione che rappresenta la definitiva sconfitta delle fallaci illusioni moderniste, Giuseppe Alberigo non è riuscito a trattenere il suo livore di sconfitto dalla storia, lasciandosi andare a torbide dichiarazioni che esprimono, finora inaudite, istanze di morte.
Nell'intervista di Simonetta Fiori, pubblicata su «La Repubblica» di sabato 2 luglio, il perdente «assistente di Dossetti» ha confermato, con alcuni svarioni storiografici, la fondatezza del giudizio del Cardinale Vicario.
Nessun documento del Concilio Vaticano II ha sostituito nella liturgia - come egli incautamente dice - il latino con la lingua madre: la Sacrosanctum Concilium, infatti, stabilisce: «l'uso della lingua latina, salvo il diritto particolare, sia conservato nei riti latini», ancorché «vi sia la possibilità di concedere» alla lingua vernacola «un parte più ampia, e specialmente nelle letture e nelle monizioni…» (n. 36).
La nozione di collegialità, su cui tanto insiste l'Alberigo, nonché la questione della consacrazione episcopale devono essere poi valutate alla luce della Nota Esplicativa Previa alla Lumen Gentium, laddove si distingue tra funzioni e potestà e si sottolinea la necessità della gerarchica comunione col Capo della Chiesa e con le membra attraverso la missione canonica.
Ciò che però più colpisce non è la disattenzione alle fonti, ma la parte in cui, con obituario compiacimento l'Alberigo racconta un episodio che in modo raccapricciante ben descrive l'ambiente culturale a cui fa riferimento. Alla intervistatrice egli ha narrato che negli anni '50 talvolta veniva a casa un padre benedettino, pio e assai famoso. Si fermava anche a dormire. Una sera, sul finire del 1953, al momento delle preghiere chiamò me e mia moglie Angelina: «ora preghiamo per la morte del Pontefice». Con mia moglie ci guardammo stupefatti. Papa Pio XII stava benissimo. Lui, quieto, replicò al nostro disagio: «ora il Santo Padre è un peso per la Chiesa. Preghiamo perché il Signore se lo prenda presto…».
Che dire di questa congrega della mala morte, nella quale un «pio» monaco cala la maschera e si svela quale torvo fattucchiere che, insieme ai suoi cortesi ospiti, prega per la morte del Pastor Angelicus?
La prima reazione è quella dello sdegno, del disgusto e della condanna, ma a questi sentimenti si associa poi la consapevolezza che infine ci è stata comunicata la vera essenza del progressismo: la regressione alla magia nera, la regressione della mente e del cuore ai riti tribali, alle suggestioni sciamaniche, all'imbarbarimento.
Noi comunque non pregheremo per la morte di Alberigo e dei suoi infelici sodali, ma per la loro conversione, e con noi dal Cielo pregherà l'anima santa del Grandissimo Pio.
Governatore Distretto 70
Serra International
Preside Sezione Ligure dell’Ordine Equestre
del Santo Sepolcro
di Gerusalemme