Quando il provino per il balletto diventa auto-analisi di gruppo

Il sogno ha inizio nel vicolo dietro il teatro, proprio davanti all’ingresso degli artisti. Ballerini in fila per l’audizione. Il regista, seduto in platea al buio, dà ordini bruschi agli assistenti sul palco: il tempo stringe, i candidati sono tanti e i posti a disposizione per «la fila» solo otto. Inizia così - tra competizione, solidarietà, ironia e psicodramma collettivo - uno dei musical di culto a Broadway A Chorus Line, show emozionante con punte drammatiche concepito nel 1975 da Michael Bennett - scritto da James Kirkwood e Nicholas Dante - che la Compagnia della Rancia propone da stasera al Brancaccio. Nonostante gli anni e i lifting subiti - dopo il debutto allo Schubert Theatre, nel ’76 lo show conquistò ben 9 Oscar del teatro - A Chorus Line non ha perso il suo smalto e il merito è tutto del plot, coinvolgente ed emozionante, in grado di trasformare una banale audizione in un esame di maturità. La storia celebrata sul grande schermo nell’85 nel musical di Richard Attenborough, con Michael Douglas nei panni del dispotico regista, ancora oggi continua ad attirare una moltitudine di spettatori nei teatri.
Lo show si svolge in un’unità di tempo (una giornata) e di luogo (la scena): i 17 ballerini selezionati per il provino dovranno affrontare diverse sfide, artistiche e no, prima di poter oltrepassare la fatidica «linea del coro» e ottenere la scrittura.
Il successo di A Chorus Line parte da lontano e dopo trent’anni non accenna a tramontare. Nel ’75 Michael Bennett, dopo l’intuizione avuta durante un workshop con 22 ballerini - incontro che il regista trascrisse trasformando gli appunti in copione - fece debuttare Off Broadway questo spettacolo in cui i ballerini oltre a danzare raccontano i sogni, le ambizioni, le speranze e le frustrazioni legate alla loro professione. Un mestiere che era (e resta) una sfida senza esclusione di colpi.
A enfatizzare i caratteri dei 17 protagonisti - sul palco a darsi battaglia per la conquista di un posto nella fila ci sono gay e ballerine invecchiate, coppie di sposi e giovani depressi, artisti dagli occhi a mandorla e girl siliconate - contribuiscono le musiche di Marvin Hamlisch e le canzoni di Edward Kleban (I can do that, At the ballet, What I did for love e One celebre balletto finale in cui i ballerini sgambettano in costumi dorati e cappelli a cilindro), ma soprattutto le coreografie di Bob Avian e Baayork Lee, quest’ultima una profonda conoscitrice del musical essendo stata colei che ha ispirato il personaggio di Connie. Sua la regia in collaborazione con Saverio Marconi e cast italiano di ottimo livello.