Quando la pubblicità era un cinema

Mai dar retta alle leggende. A letto dopo Carosello andavano forse i panettieri, i bambini no di certo. Ve lo dice uno che c’era, a cominciare da quella mitica domenica 2 febbraio 1957. Bei tempi, la pubblicità, ma tutti la chiamavano réclame, fino a quel giorno in tv non s’era mai vista. Per quei due o tre che non lo sapessero, c’è da aggiungere che allora esisteva solo il Programma Nazionale: il via alle cinque del pomeriggio, la chiusura poco prima di mezzanotte.

Dunque per tre anni e un mese niente spot, poi arrivò Carosello. Lasciando a sociologi, dietrologi, politologi e tutti i soloni che finiscono in ologi l’analisi del perché e del percome, sta di fatto che lo guardavano tutti. In una settimana, ogni giorno dell’anno, venerdì santo e 2 novembre esclusi, di divi ne incontravi minimo minimo una ventina. Si fa prima a citare i rari assenti. Alle nove meno dieci, subito dopo il telegiornale (la gente aveva più tempo, non valeva la pena di accorciare le parole, tg è roba recentissima) si apriva il sipario. Non è un modo di dire, perché sul teleschermo, dopo la sigla ideata da Luciano Emmer, si materializzava un telone, disegnato da Nietta Vespignani, moglie del grande pittore Renzo, accompagnato con un’indimenticabile musichetta che il maestro Raffaele Gervasio aveva arrangiato da I pagliacci. Tanto Leoncavallo era defunto da quel dì, ma probabilmente non avrebbe protestato. E la prima réclame andava in onda. La prima di quattro, che poi sarebbe diventata la prima di cinque: due minuti e mezzo l’una, una scenetta e in coda il brevissimo messaggio pubblicitario. Una trovata che spesso consentiva al divo più schizzinoso di prendere le distanze dal prodotto di cui si faceva portavoce, ovvero il testimonial di oggi. Insomma, dieci minuti da Oscar, che ai tempi nostri avrebbero vinto una sfilza infinita di Telegatti.Non per niente tra le firme c’erano Soldati, Gregoretti, Campanile, Marchesi, Garinei&Giovannini, come si vede, fior di umoristi in prima fila.

E tra i registi? Risi, Comencini, Olmi, Bolognini e Tinto Brass, quello, castissimo, prima maniera.Per la cronaca, apripista degli storici siparietti, come ricorda il blobbista Marco Giusti nel suo gustoso Il grande libro di Carosello (Frassinelli editore) con sottitolo tratto da una citazione di Jean-Luc Godard: «Il prodotto migliore del cinema italiano», in quel 2 febbraio di mezzo secolo or sono, fu Erminio Macario in uno sketch per il brandy Stock 84. Affiancato dalla spalla cronica Giulio Marchetti, interpretava il bisbetico signor Veneranda, su copione surreale del Manzoni (Carletto, non Alessandro), il suo abituale autore su Candido. Per capire il tipo: entra in un negozio di telerie, apre una scatola di fazzoletti, ne tira fuori uno e si soffia rumorosamente il naso. E di fronte alle rimostranze del commesso sbotta: «Perché, lei che ci fa col fazzoletto?».

Saltabeccando da spot a spot, la ventenne Virna Lisi era la svampita Candida Chedenti, che, in nome del dentifricio Chlorodont, faceva fare delle figure barbine al marito impiegatino Prudenzio (Enzo Garinei), in casa dell’arrogante capufficio (Loris Gizzi), con chiusa d’obbligo: «Ho detto qualcosa che non va?»; «Con quella bocca può dire ciò che vuole». Altro giro, altro dentifricio. Carlo Dapporto era il baffuto Agostino, ora imbranato infermiere, ora fantozziano commesso viaggiatore, che di fronte al viso d’angelo di Georgia Moll esclamava: «Con quel sorriso, con quei denti bianchi e splindenti (sì, splindenti con la i)... Ma come fa?». E lei: «Uso Pasta del Capitano. Un dentifricio buono...». E lui: «Può dire buonissimo». Un altro paio di salamelecchi e appariva il dottor Nico Ciccarelli in persona a magnificare le qualità del prodotto di sua creazione. Quasi una televendita, in anticipo di svariati lustri su Mastrota e C.

Parlando di olio, meglio il Sasso con Mimmo Craig e Edith Peters («La pancia non c’è più), il Dante con Peppino De Filippo («L’Olio Dante è il mio segreto») o il Bertolli a cartoni animati (con Olivella sposina novella)? C’era lo smemorato Tino Buazzelli che si batte la mano sulla fronte e finalmente ricorda: «Ah, Aperol», mentre il rivale in aperitivo, Amedeo Nazzari, elogiando il Biancosarti («Chi non beve con me peste lo colga»), pigiava sull’inflessione sarda per sfottere il se stesso cinematografico della venerabile Cena delle beffe. Se per Invernizzi Nino Taranto armeggiava In salumeria sulle note di Dorondorodoron, «Le stelle sono tante, milioni di milioni, la stella di Negroni vuol dire qualità» ribatteva il tonante Corrado Lojacono, sventolando mezzo metro di cacciatorone.

E quanti cartoni, dal pulcino nero Calimero di Ava («Tutti se la prendono con me perché sono piccolo e nero»), al rapace Joe Condor della Ferrero («E che ci ho scritto Jo Condor?»), da Caio Gregorio, il guardiano del Pretorio (Rhodiatoce) a Caballero e Carmencita del caffè Paulista, fino al Gringo di carne Montana con rima obbligata. Impossibile citare tutti, pupazzi e attori veri, ci vorrebbe l’elenco telefonico. Se vi viene nostalgia, correte domani sera ai due cinema di Milano e di Roma, dove, come spiega la scheda qui sotto, va in scena Carosello Non Stop, con indigestione in agguato. Nel caso, seguite il consiglio di Nicola Arigliano: «Il digestivo Antonetto è così comodo che lo puoi prendere anche in tram».