Quando è un ragazzo a raccontare la guerra

Vittorio Orsenigo è alle prese con l'acquario che perde. Lui, che si definisce «studioso delle barriere coralline», se n'è ricostruita una in casa, in piena Milano, e quando non è ai Tropici accudisce di persona gli esemplari di fauna colorata dei mari caldi. In compenso, quando è in viaggio e non è sott’acqua, scrive. La sua produzione letteraria copre ormai più di mezzo secolo. Orsenigo, che ha grande talento nel raccontare, è un archivio aperto di ricordi e sensazioni.
Com’era Milano prima della Guerra? Tra quelli che ne hanno ancora memoria diretta, gli scrittori sono rari. Uno di questi è lui. Prendiamo l'ultimo suo libro pubblicato. S'intitola L'uccellino della radio (Gaffi editore). È un romanzo autobiografico che affonda nelle reminiscenze dell'infanzia. Siamo negli anni Trenta e Quaranta, fino al conflitto e ai bombardamenti sulla città, che il protagonista vede in distanza, dal suo rifugio di sfollato a Fagnano Olona, dove sorge una delle aziende di famiglia, la Metallurgica Orsenigo.
È un mondo violento, ma in fondo semplice. «Mio padre aveva studiato in Germania» ricorda l'autore. Era un pragmatico e ci diceva sempre che «la testa deve restare nel mondo. Dunque bisognava diffidare degli scrittori, addirittura odiarli, tranne il Manzoni. Ma questo perché lui era nato a Mariano Comense e diceva di avere identificato con certezza tutti i luoghi dei Promessi Sposi».
Le indicazioni paterne hanno sul giovane Vittorio un effetto contrario. Dopo la guerra frequenta Elio Vittorini e i circoli degli artisti di Brera. La città è quella che descriverà nel libro Commedianti a Milano (ed. Aliberti), piena di fermenti e di iniziative culturali. Non è ancora la capitale della moda, ma fa tendenza. Orsenigo, che pure lavora nell’azienda di famiglia, non perde mai il contatto con gli intellettuali del suo tempo. Coltiva un’amicizia con Raffele Crovi, con Giuseppe Pontiggia (quest'ultima rievocata in Lettere a Giuseppe Pontiggia, ed. Archinto).
Nel frattempo il manoscritto de L'uccellino della radio fa il giro delle case editrici. Lo leggono all'Adelphi, alla Mondadori, alla Feltrinelli. Sono sempre lì lì per pubblicarlo, ma non si decidono mai. Eppure continua a circolare tra gli addetti ai lavori, in innumerevoli versioni, allungate e scorciate a piacere.
È un libro su una Milano che è stata e forse non sarà mai più: quella della gente in bicicletta, dell'oscuramento, del personale di servizio italiano (gli autisti si chiamavano Ambrogio), dei viali che erano viali e non parcheggi, della campagna che era magica e non velenosa (ma già c’era, per esempio, nella valle dell’Olona, la Cartiera Vita Mayer intorno alla quale marcivano i tronchi degli alberi che impestavano, sul filo del vento, l'aria della zona).
Ironico e surreale, Orsenigo ricostruisce un'epoca, attraverso un punto di vista privilegiato per posizione sociale, ma soprattutto per condizione infantile. «I bombardamenti degli aerei inglesi su Milano non riuscivano mai a essere abbastanza “veri” nella mente di noi ragazzi. Anche le case crollate e coperte di cenere non avevano grande potere su di noi. Erano misure eccessive e appartenevano ai territori nei quali cacciavano i grandi», scrive.
I libri, è vero, appartengono ad altri territori ancora. Sarà per questo che Orsenigo, memore delle rimostranze del padre verso Vittorio Imbriani, lo studioso e polemista hegeliano che nel 1876 scrisse il romanzo-libello Dio ne scampi dagli Orsenigo, raccoglie oggi la sfida e si appresta a pubblicare, a fianco del testo originario, la sua versione: Dio ne scampi dagli Imbriani. «Mio padre - ricorda Orsenigo - si lamentava che Milano avesse dedicato una strada a Vittorio Imbriani. A me non importava. Finché, dalla tardiva lettura di quell'antico romanzo ha preso forma il mio romanzo di oggi».