Quando il razzismo diventa marketing

Caro Granzotto, che il razzismo debba essere denunciato quando si manifesta è un fatto che non si discute, ma trovo che si stia esagerando e isterizzando il problema. Sono d’accordo con Langone quando in buona sostanza scrive che è ingiusto e anche sbagliato definire un’intera città razzista per via di un episodio isolato e ancora poco chiaro. Il vedere razzismo dappertutto non potrà alla fine tradursi in un rimedio peggiore del male?


Un male forse no, caro Soldini, ma è certo che quella non è una cura. Si percepisce qualcosa di ambiguo negli eccessi d’una campagna contro il razzismo diventata una vera e propria caccia al razzista (vero, sospetto o immaginario, poco conta) per poterne poi trionfalmente esibire il trofeo e farne la convalida che l’Italia è razzista. La carica di violenza, di odio, di intolleranza e di berci che accompagna il rituale fa pensare a una manifestazione di razzismo all’incontrario e siccome non si cura l’alcolismo in osteria, tutto quell’impegno, tutta quella vigilanza finirà nel nulla, se non nel peggio. A proposito di peggio, una grande e popolare azienda alimentare ha in questi ultimi giorni lanciato una campagna pubblicitaria per un prodotto di largo consumo. Si tratta di un breve fotoromanzo, dieci fotografie in tutto, che ha come protagoniste una mamma e la sua bambina. Entrambe di colore, nere. La pubblicità è una faccenda serissima che muove miliardi. I pubblicitari sono persone che magari non sanno chi vinse a Waterloo, però il loro mestiere lo conoscono e nulla fanno a caso. Se dunque hanno deciso di reclamizzare in Italia un prodotto tutto italiano scegliendo come testimonials due persone di colore è perché hanno intuito che il razzismo/antirazzismo tira, come si usa dire, scivolato com’è da valore morale a luogo comune. Quale poi sia il messaggio indiretto di quella pubblicità, non è facile a dirsi. Da tempo le aziende hanno smesso di reclamizzare il prodotto in sé preferendo accostarlo a un modello ideale (i bambini tutti biondi, le mamme tutte radiose e in ghingheri, i papà tutti atletici, le allegre colazioni in cucine linde e pinte baciate dal sole). Forse si intende affermare che ci siamo, che la società multietnica è una realtà e dunque è giunto il tempo di adeguare il modello italiano mamma-figlia. Forse si vuol ricordare che l’azienda produttrice di quella tal merendina non è razzista, quindi meritevole agli occhi del consumatore impegnato nel sociale. Oppure, ed è l’ipotesi più riprovevole ma non certo la più azzardata, si insinua che chi non compra quelle merendine perché pubblicizzate da attori di colore è, invece, un razzista. Che può redimersi solo facendone incetta. Chissà, caro Soldini, quanto si rigirerà nella tomba Martin Luther King, vedendo che qui da noi e per volontà dei suoi più appassionati ammiratori quello che era un dream, un sogno, è stato ridotto a strumento di marketing.