Quando «razzisteggiare» non era una moda italiana

A proposito di zingari. Deve sapere, caro Granzotto, che la mia famiglia era proprietaria di un panificio in quel di Venzone. Un giorno, negli anni ’50, entrò nel cortile una zingara con i suoi due figlioletti, chiedendo la carità. Mio padre riempì di pane un sacco e glielo offrì. Per tutta risposta la donna disse che voleva soldi e non roba da mangiare. Mio padre gli offrì di nuovo il pane dicendole che non le avrebbe dato soldi. La zingara allora cominciò a inveire gridando minacce e frasi offensive che a un certo punto fecero intervenire mio zio. Anche a lui però venne riservato lo stesso vocabolario fatto di insulti. A questo punto mio zio si fece minaccioso e la zingara cominciò a scappare, da lui rincorsa. Alla fine, arrivati nella piazza del paese, fu raggiunta dall’inseguitore che la sollevò di peso e la depositò dentro la vasca, colma d’acqua, della grande fontana che abbelliva (e lo fa tuttora) la piazza. Mi chiedo che fine farebbe mio zio (la galera, immagino) se il fatto accadesse ai giorni nostri.


Non sarebbe stato preso di mira solo suo zio, caro Calderari, ma l’intera Venzone. Vedo già i titoli della Repubblica e dell’Unità: «Venzone razzista tormenta povera mamma rom sotto gli occhi dei suoi bambini». Oppure: «Efferato episodio di spregevole razzismo a Venzone, la cittadinanza indifferente al tentativo di annegare mamma e bambini rom». O ancora: «Il profondo Nord con nostalgie naziste, a Venzone una inerme madre di famiglia rom sottoposta al supplizio dell’acqua». Così sarebbe andata e sarebbe andata così per via del lodo «calcio nel sedere». Mi spiego: se io minaccio un importuno, un seccatore, di prenderlo a calci nel sedere passando ai fatti se quello insiste e magari m’insulta, tutto regolare. Non c’è reato, non c’è violazione di codici etici, non c’è calpestio di Valori e di Principi condivisi o inosservanza dei diritti umani e disumani. Scalfari, Scalfaro, Veltroni, Furio Colombo e Flores d’Arcais non piangono e anzi, non gliene può importare di meno. Il Tiggì3 non ci apre il notiziario. I girotondini non girotondano (a parte che adesso son tutti al mare, chi a Capalbio e chi al Forte). L’Europarlamento non vota un documento di (ferma) denuncia. In sostanza, chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto e la storia finisce lì.
Ma se hai visto mai, minaccio di prendere a calci nel sedere (e se quello insiste e mi insulta gliel’amollo, la pedata) un marocchino, un nigeriano o uno zingaro, zàcchete, scatta subito l’accusa di razzismo e con quella l’indignazione, la mobilitazione, il sussiegoso sdegno della società civile, l’articolo di fondo di Furio Colombo, le geremiadi dei don Mazzi e tutto l’ambaradan del caso. E questo perché quello che fa la differenza non è il calcio, ma il sedere. Ce ne sono di calciabili (i più) e d’intangibili. Questa non è democrazia, ancorché democrazia deretanea. Però va così.
Tornando a suo padre e a suo zio, caro Calderari, avessero fatto oggi quello che fecero una cinquantina d’anni fa (quando, nonostante il recente passato, non era di moda razzisteggiare a destra e a manca) si sarebbero beccati anche l’accusa di aver infierito mortificando la zingara in questione (con tanto di ipotesi di danno biologico) dandole, nei fatti, offrendole del pane, della morta di fame. Mentre apparteneva al ceto più elevato e socialmente utile degli accattoni. Santoro ci avrebbe montato su un bell’«Annozero» e la principessina bionda gliene avrebbe cantate quattro, ai venzonesi, e le cantate della principessina son di quelle che lasciano il segno.