«Quando recito divento una rapinatrice»

Roma Resiste solo lei, delle due Isabelle di Francia, entrambe nate per recitare. E mentre la Adjani è sparita di scena (però la sua Adèle H., di Truffaut, resta un simbolo), a cinquantacinque anni, novanta film e tre figli (Lolita, Lorenzo e Angelo, avuti dal compagno regista Ronald Chammah), Isabelle Huppert, a maggio presidente di giuria a Cannes, si riconferma stella di prima grandezza («Mi piace ritrarre donne che resistono, che hanno conflitti da risolvere: è una cosa per donne belle», spiega, parlando dei suoi ruoli tra ragione e follia). Ieri, a Jesi, questo fascio di nervi, avvolto da lentiggini rosse, ha ricevuto dal ministro Bondi il Premio Valeria Moriconi, data la multiforme personalità artistica, che l’ha portata a lavorare con la crema degli autori: Wajda, Ferreri, Losey, Chabrol, Godard, Pialat, Cimino. Due Coppe Volpi a Venezia, due premi sulla Croisette, la «merlettaia» (dal film di Goretta, che nel 1976 la fece conoscere al grande pubblico) ieri appariva familiare e distante (com’è nel suo stile d’introversa cerebrale), durante il lancio di Home (dal 23 nelle sale), la commedia sociale di Ursula Meier dall’eco surreale. Uno spaccato sulla famiglia, dove Isabelle si aggira quale Madre Coraggio, in una brutta casa sull’autostrada. Tra figli disturbati, un marito che si morde le mani e biancheria da stendere al vento dei Tir.
Cara Isabelle Huppert, che ci fa una casalinga, sulla E-57, in aperta campagna, con stivaletti fetish ai piedi?
«Gli stivaletti di Balenciaga (diamo a Cesare quel che è di Cesare), quelli a stringhe, dice? Fanno parte del personaggio. I miei personaggi io li trovo più nelle scarpe che nei piedi».
In che senso?
«Stivaletti, lacci, lato chiuso... Fanno parte della teatralità del film. Le scarpe incidono sempre sull’andatura dell’attore: più o meno oscillante, o decisa. E io ci bado molto. La mia mamma, qui, mostra il proprio lato creativo in un abbigliamento atemporale: mio marito, per esempio, qui pare uscito da un western, o da un film anni Cinquanta!».
È più devota al teatro o al cinema?
«Sono un'attrice di teatro. Splendida utopia, dove s’incontra un pubblico più aperto e disponibile, rispetto a quello che va al cinema».
La sua Madre Coraggio, qui, reagisce al senso di soffocamento, che l'accerchiamento del traffico le provoca. Che cosa le toglie l'aria, nella vita vera?
«La vita stessa è soffocante. Mentre giro un film, mi sento rassicurata, protetta dal set. Ma fuori, improvvisamente, la vita t’investe con violenza... Ci sono tante cose, che mi piacciono. Troppe. Né so scegliere. Resto sgomenta, soprattutto di fronte all'abbondanza».
Da presidente di giuria, a Cannes, quali criteri di valutazione dei film seguirà?
«Sono un’attrice eclettica e curiosa: lo sarò anche a Cannes, piattaforma ideale, aperta al cinema mondiale. Impossibile dire quali film sceglierò. Pur difendendo il cinema d’autore, categoria da maneggiare con cautela, sto attenta a mettere paletti. Fellini è stato un grande autore, ma anche un autore commerciale. E poi, io ho frequentato tutti i generi cinematografici e dico “no” alle contrapposizioni».
Quando gira un film, a che cosa pensa, ogni volta?
«A una rapina. L'attore ha tutti i diritti d'impadronirsi del personaggio. Esattamente come si occupa una casa. Per recitare bene bisogna “occupare tutti i locali”. Totalmente. Dalla cantina alla mansarda».