Quando «Repubblica» dà lezioni di giornalismo. A senso unico

Il quotidiano critica gli altri giornali sull’intelligence. Ma non cita le sue «bufale»

da Roma

«Senza un’informazione basata sui fatti, la libertà d’opinione diventa “una beffa crudele”». Dopo il record di smentite sul Niger-gate, Repubblica sale in cattedra e dà lezioni di giornalismo. A tutti, nessuno escluso. «I fatti - recita un curioso articolo in prima pagina - sono la linea di demarcazione che separa inevitabilmente il giornalismo dalla politica e, molto spesso, costringe l'uno contro l'altra». E ancora. «Il giornalismo italiano pericolosamente sta dimenticando il suo dovere di raccontare “dove siamo”. Degradato a opinionismo, non guarda i fatti, non li cerca, non vuole trovarli, non ne vuole tenere conto. Quando se li trova improvvidamente tra i piedi, li trasforma in opinioni». Senza parole.
Lasciamo le opinioni parcheggiate in Largo Fochetti e prendiamoli, questi benedetti fatti. Nella lunga articolessa sulle presunte manipolazioni mediatiche a margine di questioni di intelligence, sorprendentemente Repubblica fa solo un rapido cenno alla «sua» inchiesta sul falso dossier dell’uranio. Non fa ammenda degli errori sulle ricostruzioni della spy story, sulla confusione continua di nomi, date, circostanze, non tiene conto delle ripetute smentite dirette e indirette ricevute da Casa Bianca, Fbi, Palazzo Chigi, Sismi, Copaco, National Security Council, Commissione bipartisan del Senato Usa, commissione indipendente britannica di Lord Butler (e relativi Servizi inglesi dell'Mi-6). Non tiene conto dell’inchiesta archiviata dalla Procura di Roma, delle critiche giunte da tutti i giornali italiani (da Liberazione al Foglio). E perché no? Non tiene conto neppure della freddezza «politica» del centrosinistra oltre che delle novità emerse sui quattro continenti, e dopo settimane di assordante silenzio, parla della Francia spacciando per oro colato le parole di chi ha un chiaro interesse a dire il contrario di ciò che è stato documentato. A proposito di Niger-gate: l’entourage del generale Pollari racconta dello sbigottimento del «Capo» nel rileggere, riportate fra virgolette, le sue parole pronunciate off records ai cronisti di Repubblica che si erano insistentemente accreditati attraverso il povero Nicola Calipari.
A proposito di «fatti» e di buon giornalismo. Nello stesso articolo Repubblica si accanisce sulle favole, non solo d'intelligence, sul movimento Ansar al Islam («un piccolo gruppo di curdi islamici») che nulla avrebbe a che fare con Al Qaida. Eppure basterebbe leggersi la biografia di Al Zarqawi (pubblicata dal sito qaidista alhesbah.org) per trovare legami col luogotenente di Bin Laden in Irak. Oppure vedere i collegamenti con le dirette articolazioni terroristiche di Ansar al-Sunna, Tawhid wa Jihad (il gruppo che fa capo direttamente ad al-Zarqawi) l'Esercito islamico in Irak, che ha rivendicato il sequestro di Baldoni. Inoffensivi?
Fatti, artefatti, come quando a settembre Repubblica riprende uno scoop della Stampa su un presunto rapporto del Sismi (smentito da Forte Braschi) che parla di una bomba atomica in Italia. Il quotidiano di Ezio Mauro smentisce la smentita. «Purtroppo per gli anonimi funzionari della nostra intelligence, le rivelazioni sono accurate. Non si parla di Phoenix o Los Angeles, ma di Milano, di Trieste, di Roma». Purtroppo per Repubblica, il rapporto in questione non parla dell’Italia, è di fattura americana, si intitola «Planning Scenarios» (scenari, appunto), è del luglio 2004 non del 2005, e si trova su internet (www.globalsecurity.org/security/library/report/2004/hsc-planning-scenarios-jul04.htm). Un’altra cattiva notizia (per Repubblica) arriva poi dal filmato dell'uccisione dell'ex premier libanese Rafik Hariri, e dal report dell’inchiesta Melis sull'assassinio. S'è scoperto che nell'estate 2004 il kamikaze frequentava il negozio di informatica di uno sceicco a capo del network terroristico che fra le sue fila vantava i terroristi Mikati e Qatib bloccati dal Sismi in quella che Repubblica ha definito la «bufala» dell'attentato all'ambasciata italiana a Beirut. Di chi è la «bufala»?