Quando il ricordo delle vittime delle Br viene cancellato da degrado e incuria

(...) Un agguato feroce, in una delle vecchie creuze di Genova, un viottolo lungo e stretto senza alcuna via di fuga. La macchina del colonnello che viene intercettata in pieno giorno alle 13.15 dai terroristi e una scarica di proiettili contro il militare e il suo autista, l’appuntato dei carabinieri Antonino Casu che non lascia scampo a nessuno dei due. L’attentato viene rivendicato poco dopo alla redazione del Secolo XIX dalle Brigate Rosse, colonna Francesco Berardi.
Quindi i giardini intitolati a Tuttobene. L’ingresso è proprio lì dietro a via Riboli, in un angolo tra via Trento e via Albaro. Basta entrarci dentro per sentire e specialmente vedere, tutto quel senso di bruttezza e di abbandono di cui dicevamo prima. Carte per terra, vecchi bidoni della spazzatura rovesciati e lasciati ad arrugginire dove capita. Una scalinata che porta al secondo cancello del giardino che è uno slalom tra bicchieri di carta, cartacce e fazzoletti sporchi. E poi le aiuole piene di erbacce, una vecchia fontana senz’acqua martoriata sulle pareti in marmo scritte e di erbacce anche qui. Insomma, una desolazione. A tal punto che qualcuno si è preso la briga di venire ogni tanto a dare una sistemata al parco. Un privato cittadino, per capirci. «C’è un signore che viene qui e raccoglie tutte le spighe dalle aiuole perché sono pericolose per i cani. Le mette nei sacchi della spazzatura. Ma quelli dell’Aster non ci pensano nemmeno a portarli via. Vengono qui, si siedono sulle panchine, fumano una sigaretta e se ne vanno. Capito?». Ormai gli unici frequentatori dei giardini Tuttobene sono i padroni dei cani che li portano qui di giorno. Di sera poi, entra di tutto e di più: tossici, sbandati e disperati. «La sera c’è un buco nella recinzione ed entrano dentro - spiegano gli habitué -. Raramente chiudono i cancelli. Se nessuno controlla, cosa vuole?».
Il viaggio nei giardini intitolati alle vittime del terrorismo e abbandonati continua in viale Brigate Partigiane. Qui il parco che dalla strada si arrampica verso l’alto è per Francesco Coco, il procuratore generale di Genova trucidato l’8 giugno 1976 dalle Br. Verde, piante, alberi. Un fazzoletto di terra che potrebbe essere una piccola oasi. E invece? Invece nel bel mezzo del giardino c’è una baracca che staziona lì almeno da una decina d’anni. Oltre al contenuto del ricovero, è anche la location particolare perché il rifugio sta proprio di fronte alle finestre della Questura in bella mostra. E se vi avventurate ad infilarci il naso dentro, alla baracca per la precisione, ecco che vi si aprirà un mondo. In ordine sparso ci sono: una tuta da lavoro, una o più cucce per animali, un vecchio dispenser per il cibo dei gatti, coperte, sacchi della spazzatura, un rastrello e una gran quantità di piccioni e insetti vari che escono non appena si apre la porta. Mentre fuori, sul muretto c’è una serie di casette di legno costruite ad hoc per i felini con un cartello: «Non mettere il cibo dentro, ma lasciarlo nella baracca». E per non sbagliare, una pentola per riscaldare le cene dei randagi.
Tutt’intorno una gran sporcizia: di cartoni, bottiglie, indumenti. Ultima chicca: l’ingresso è fatto da un lenzuolo tenuto su con le mollette alla roccia e un telo di plastica, ma prima c’è pure una transenna messa a cancella per delimitarne la «proprietà». I piantoni della questura sono pronti a scommettere che sta lì da diciotto anni e che nessuno hai mai pensato di toglierla. «C’è un signore o una signora che vengono la sera a dar da mangiare ai gatti - dicono -. Non fanno del male a nessuno e finché a noi non arrivano segnalazioni....». A segnalare i prossimi casi di abbandono e degrado nei parchi cittadini invece ci penseremo noi. L’inchiesta continua. Giulia Guerri