Quando il rock è «La musica dei Cieli»

I nessi tra musica e religioni? Un tema mica da niente, che sottende l'undicesima rassegna «La musica dei Cieli», in corso fino al 22, convogliante in varie chiese del Milanese artisti come Patti Smith, Sarah Jane Morris con Danilo Rea, Rodrigo Leao dei Madredeus, Paolo Fresu, Delmar Brown, Peppe Servillo con Ambrogio Sparagna, grandi organisti e altri ospiti. Richiesto d'un commento, non posso non rammentare una telefonata in cui Fabrizio De André, era il '65, mi cantò, per averne un giudizio, il testo appena composto di Si chiamava Gesù: vi si diceva che Cristo «non fu altri che un uomo/come Dio passato alla storia» e tuttavia uomo d'eccezione, ché «inumano è pur sempre l'amore/di chi rantola senza rancore/perdonando con l'ultima voce/chi lo uccide tra le braccia d'una croce». Il brano, che ricalcava antiche eresie, fu prevedibilmente ignorato dalla Rai, e inaspettatamente trasmesso dalla Radio Vaticana: che era come se Leone X avesse invitato Lutero a predicare in San Pietro. Stessa sorte toccò anni dopo a un altro capolavoro di De André, Il testamento di Tito, vero, antidogmatico inno al dubbio, e tuttavia benissimo accolto in ambienti cattolici.
Del resto anche «La musica dei cieli» ha invitato artisti disparati, non sempre in odore di ortodossia, a esibirsi con l'imprimatur dell'Arcidiocesi. Donde emergono due quesiti. Il primo: che cosa induce autori anche non credenti ad affrontare temi religiosi con esiti spesso altissimi? Risposta: l'arte è per sua natura specchio della vita, e dunque non può eluderne i temi salienti. Come l'amore, la morte, la guerra, la pace e, va da sé, la religione.
Secondo quesito: donde proviene la relativa tolleranza, direi di più, i rapporti di buon vicinato che la Chiesa ha spesso accordato a musicisti del tutto laici, e a opere musicali talora ai limiti dell’eresia? Risposta: la musica è, tra le arti, la più indefinibile, il relativismo è una sua necessità, la sua vaghezza di tratto ben poco s’adatta alla perentorietà dei dogmi e alla nettezza del pensiero forte. Né infatti risulta che un musicista sia mai transitato sui roghi dell'Inquisizione, o che un «Index» di partiture proibite sia mai stato redatto.
Anche per questa riconosciuta libertà il panorama della musica d'ispirazione religiosa è tanto vasto quanto vario. Da un Bach del quale ogni nota trasuda Assoluto, si va al Requiem dell'agnostico Verdi, linguisticamente modellato come un melodramma ambientato in chiesa. Dall'ascetismo di Bruckner all'assorta laicità della Sinfonia di salmi stravinskiana. Per non dire della canzone, o affini. Dove si passa, con esiti sempre sovrani, da Giuni Russo che musica Teresa d'Avila al misticismo a-confessionale di Battiato, da Lu santo jullare Francesco di Fo alla Lauda francescana di Branduardi, dalle rivisitazioni religiose di Finardi fino all'emozionante Agnello di Dio di De Gregori: capolavoro di religiosità laica - pasoliniana? -, dunque di cristianesimo dei derelitti, senza aroma d'incenso ma ricco d'anima.