QUANDO ROMA È LONTANA DAL NORDEST

La distanza tra Roma e il Nordest è sempre più grande ma si può misurare in due rettangolini di carta di pochi centimetri: due lanci d’agenzia di ieri. Nel primo, il segretario provinciale della Cgil di Treviso, Paolino Barbiero, spiega di aver presentato una proposta per fermare nuovi ingressi di immigrati «fino a che non saranno riassorbiti i disoccupati, stranieri e italiani». Nel secondo, il «capo» di Barbiero, il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani, che pochi giorni fa aveva chiesto di sospendere la legge Bossi-Fini per due anni, critica il governo perché ha limitato a 170mila gli accessi programmati di lavoratori dall’estero: «Un numero non sufficiente, ci voleva più coraggio». Poche righe, due mondi: il pragmatismo di chi deve fare i conti con quello che succede sul territorio contro la supponenza di chi filosofeggia da lontano, la preoccupazione di chi deve dare risposte ai concittadini che lo fermano per strada o al bar contro l’indifferenza di chi detta comunicati e parla per slogan che odorano di naftalina.
È una dicotomia che sempre più spesso lacera la sinistra. Non da altro, nei mesi scorsi, sono nate le critiche e le polemiche prese di distanza di molti amministratori ex diessini. Cacciari e Chiamparino, la Bresso e Penati a modo loro hanno lanciato un solo grido a Veltroni e al suo loft: voi chiacchierate e i nostri avversari fanno, voi vi perdete dietro a Di Pietro e alla Commissione di vigilanza Rai e intanto ci perdiamo il Nord, voi vi pavoneggiate «yes we can» ma qui rischiamo di poter solo stare a guardare per i prossimi 50 anni. La novità è che ora questo dubbio è penetrato persino nella più tenace roccaforte della conservazione e delle corporazioni: la Cgil. Non nella segreteria generale, naturalmente. Ma negli avamposti del sindacato sì: là dove la realtà si scontra con l’ideologia, la realtà vince.
Nelle ultime elezioni è stato il centrodestra a convincere gli elettori di essere dalla parte della realtà ed è stato largamente premiato, soprattutto nelle aree più produttive del Paese. Poi, però, si è creato un paradosso. Come ha già scritto su queste colonne Mario Cervi, il governo più nordista della storia repubblicana ha finora dedicato la maggior parte delle sue energie a risolvere emergenze createsi ben al di sotto del corso del Po: dai rifiuti all’Alitalia. Azioni, in tutto o in parte, doverose. Ora tuttavia è giunto il tempo di guardare anche a Settentrione perché è da qui che può arrivare la spinta per uscire dalla crisi. A patto di rimediare alle croniche carenze di servizi e infrastrutture.
Ieri al Giornale il ministro Matteoli ha parlato di accelerare sulla BreBeMi, sulla Milano-Mantova, sulla Tav Torino-Lione, sul Mose. Sigle che non si sentivano più pronunciare da tempo. Musica per le orecchie nordiste, che però si sono un po’ stancate di un ritornello che rimane sulla carta: vorrebbero sentirlo finalmente risuonare nei cantieri.