Quando rossoblù e blucerchiati vivevano in pace

Caro Dottor Lussana, c'era una volta nel Genoa, uno dei numerosi giocatori sudamericani «(trifase» ovvero acchiappa abbonamenti primaverile, "grammu" invernale, giubilato estivo). C'era anche in quel tempo a Genova un grandissimo allenatore della Doria che dovunque andasse sempre vinceva (Jugoslavia, Spagna, 0landa, Italia) ai massimi livelli. Vedi primo e unico scudetto conquistato dalla nostra bella Genova da quando esiste la serie A; girone unico (1929). Un brutto giorno il doriano si espresse con una metafora eccessivamente cruda e irriverente circa la «cifra tecnica» del genoano. Al Presidente doriano, grande educatore, la cosa non piacque per via dello stile non consono: l'indubbia fondatezza del giudizio non poteva costituire circostanza attenuante né tantomeno esimente circa la caduta di stile non da Sampdoria.
Paolo Mantovani chiese a tutta la tifoseria genoana scusa a nome di tutti i doriani e punì il suo dipendente con una sanzione persino esagerata verso colui che tanto aveva vinto e stava vincendo per Genova (Scudetto Coppe Italia, Supercoppa, Coppa delle coppe). Perché cito quest'episodio di due o tre lustri orsono? Per far da sponda ad una lettera di una tifosa genoana (tutti i doriani ringraziano per averla, lei pubblicata) in relazione alla turpe, vigliacca profanazione «post mortem» infetta alla memoria di un grande gentiluomo, lo stesso Mantovani di cui sopra, lo stesso Mantovani a cui la città di Roma dedicò una strada. La «signora» scrive testuale testuale: «perché si dovrebbe chiedere scusa ai familiari, ai sampdoriani, alla città?» (infatti anche Preziosi tacque). Tale missiva reca il seguente titolo «La stupidità non può riscrivere la storia» verissimo ma il decadimento volgare di certa contemporaneità la scrive giorno per giorno, eccome, e ciò spiega il degrado odierno. È un errore ritenere che i Caruso, gli Agnoletto, i Pancho Pardi non attirino tanti, troppi, sprovveduti «imbrattatarghe», no global.
La suddetta signora aggiunge «ricordo che non sono stati i calci nel pallone della Samp a far conoscere Genova oltre i confini». Se così fosse... pazienza. Ben peggio sarebbe se a far conoscere Genova fosse il record rossoblù resistente da oltre mezzo secolo nei settantasette anni della massima serie A girone unico, a detta degli studiosi al 99% non più superabile. Maggio 1955 stadio Luigi Ferraris «Genoa 0 Milan 8». Per inciso in quello stesso campionato 1954-1955 «i calci nel pallone della Samp» fruttarono in trasferta a Milano un bel «Milan l Sampdoria 3». Ma, la scrittrice (senza se, senza ma e senza... A) è ormai scatenata e ci confida: «mia zia diceva che (Paolo Mantovani n.d.c) aveva diviso la città cosa che io condivido». Dunque un Mantovani autore di scellerati dualismi scismatici al pari (altrove) di Milan/Inter, Juventus/Torino, Roma/Lazio, Verona/Chievo, fiorentina/Rondinella, Brescia/Virescit? No davvero! La conflittualità fu originata dai dirigenti rossoblù britannici della seconda generazione.
Il calcio a Genova era nato senza animosità. I pionieri italiani della Doria amavano il grande James Richardson Spensley e non sarebbe giusto dimenticare i preziosi consigli che egli elargiva ai giocatori doriani. I guai a danno della Doria iniziarono del 1913 quando, da tempo, i connazionali del grande Spensley, suoi epigoni, stavano per perdere l’egemonia a Genova data la crescita degli italiani dell'altra sponda. Fu lì che venne l'idea di... rubarli. Il facoltoso Geo Davidson autorevole Vice Presidente del Genoa realizzò un disegno piuttosto squallido. Ma è meglio lasciare la parola alla già allora autorevolissima «Gazzetta dello Sport» che nel numero del 12 luglio 1913 scrive testualmente: «Sardi e Santamaria ritirarono tremila lire dalla Banca Cooperativa Genovese il giorno tre di giugno, il giorno dopo il Signor Vassalli denunciò il fatto alla Federazione e il giorno dodici il Genoa corse ai ripari. Il Signor Davidson inviò altre tremila lire per quell'altro scopo a quell'Alto Ufficiale tentando così precostituirsi con la presentazione della ricevuta che questi gli avrebbe rimessa, un alibi verosimile e, si precisa ancora, quell'Alto Ufficiale è il Colonnello Spinelli comandante del reggimento nel quale i due ex doriani prestano servizio. La società cittadina è lo Stadium, insomma il Genoa «si sarebbe servito del Colonnello Spinelli e delle ristrettezze dello Stadium per giocare la Federazione del calcio. La trappola è invero ben montata ma è pur sempre una trappola». Fin qui la testuale citazione della «rosea» del 13/7/1913. I ragazzi di leva Sardi e Santamaria furono squalificati giacché non si credette neppure ad un'altra tesi puerile secondo cui i due rei non avrebbero poi mai giocato nel Genoa. Il Vice Presidente Davidson (figuraccia a parte) se la cavò quasi a buon mercato. È facile essere forte coi deboli e debole coi forti. Le cronache non dicono che fine abbia fatto il secondo assegno di tremila lire. È una storia bella? Purtroppo è una storia del Genoa. Chi non nota impressionanti analogie tra il Dirigente del Genoa 1913 e quello del Genoa contemporaneo (pure sanzionato quest'ultimo anche se non sembra), scagli la prima pietra.
Vede, Massimiliano Lussana, Lei per fortuna è «equivicino» rispetto a Doria e Genoa così come al più fiero competitore di quest'ultimo, lo «Spezia Calcio 1906». L'equidistanza è uno status raro di Genova. Il giornalismo dei vecchi è permeato per lo più dalla nostalgia dell'anteguerra rossoblù. Tra le nuove leve è assai più presente il tifo doriano (spesso dissimulato: Genova infatti è la patria del «maniman» e della «political correctness») che oltre a tutto offre loro un palco stabile in serie A (50 volte nel dopoguerra) facendo di loro dei corrispondenti di serie A, quelli del calcio che conta, il calcio giocato la domenica anche a Genova così come nelle altre grandi (e non solo) città.
Lei, caro Lussana, come «romanista» e, in più, acuto scrittore di politica, avrà certo notato come e più accanite lettere rossoblù, che giustamente vengono pubblicate, siano per lo più di farina del gentil (!) sesso ed abbiano curiose analogie con i furori di Rosy Bindi, Grazia Francescato e Giovanna Melandri. Mi spiego brevemente con cinque citazioni tra le tante partorite da lor Signore:
I) «I doriani sono ciclisti per via delle loro maglie cerchiate» (seppoi, spessissimo, cerchiate di rosso e di blu su campo bianco sono quelle dei giocatori del Genoa è un altro paio di maniche n.d.r.);
II) «I doriani sono suburbani» (come la mettiamo col vanto dei grifoni che San Quirico, Sestri Ponente eccetera sanno rossoblù? Sono scorie tollerate? Solo per far cassa? n.d.L);
III) "I doriani sono ospiti a Genova» (Nobelaschi capisce il concetto);
IV) «Chi tifa Doria tradisce Genova» (idem);
V) «Senza il Genoa non ci sarebbe la Doria» (e quindi neppure il calcio? n.d.r.).
Ora, scherzi a parte, come sarebbe ridotto il calcio genovese senza la Sampdoria? Se si avverasse, cioè, il sogno rossoblù dello slogan "Solo Genoa" simbolo totalitario del pensiero unico. Va detto che se da noi esistesse solo il Genoa la città di Genova sarebbe saldamente una delle sei città regine della serie B del dopoguerra (con Brescia, Bergamo, Verona, Modena, Bari) in virtù delle trenta presenze in serie B del Genoa (più due macule di retrocessione in C). Per converso (dagli «habituee» ai neofiti) esordiranno invece, quest'anno, in serie B due squadre agli antipodi tra loro: Frosinone e Juventus.
A proposito di quest'ultima circola una storiella che, se fosse vera costituirebbe una preclaro esempio di eterogenesi dei fini, cioè, più semplicemente, un effetto collaterale di cui i bianconeri avrebbero motivo di dolersi coi rossoblù. Una vecchierella rossoblù supplica i suoi santi di poter assistere prima di morire, almeno una volta, ad un incontro di campionato Genoa/Juventus. «Juve subito in B», taglia corto l'addetto celeste ai miracoli scegliendo tra essi; quello meno arduo da soddisfare e nel contempo consentendo alla implorante esaudita di sopravvivere fino almeno al due dicembre 2006 data dell'incontro agognato a Marassi.
Genova è però anche una delle sei città regine della serie A del dopoguerra: Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma e Torino. Ciò grazie a cinquanta presente in altrettanti campionati della massima serie (con tre macule rappresentate da altrettante cadute tra i cadetti).
I fatti e la matematica non sono un'opinione anche se lo stalinista Paietta sosteneva: «Tra la verità e la rivoluzione bolscevica scelgo quest'ultima». È un concetto perverso che continua a mietere vittime nei paesi comunisti, per fortuna la sua applicazione al terreno frivolo del calcio porta, tutt'al più, di volta in volta, a seconda dei casi, un po' di sana ilarità o di innocuo mal di pancia. Vogliamoci bene.