Quando San Babila era la trincea contro i comunisti

Avevo 14 anni quando due amici, che allora si chiamavano «camerati», mi portarono in San Babila, in mezzo a tanti ragazzi più grandi che l’avevano trasformata nella trincea del neofascismo milanese. Ricordo i bar che non ci sono più (i Quattro Mori) e quelli che hanno cambiato nome (Borgogna, Pedrinis, Donini)e l’idealismo mischiato alla violenza, il coraggio all’incoscienza, la protervia alla generosità di quelli che ho conosciuto bene e di quelli che ho solo incrociato. Parecchi di loro non sono arrivati agli anni Ottanta (alcuni, è vero con le armi in pugno), ci hanno lasciato la pelle difendendo un’idea o buttando la propria vita. Retorica? Chiedetelo a chi li ha vissuti quegli anni, quando chi era di destra usciva di casa senza sapere se sarebbe rientrato. Allora San Babila divenne un territorio da difendere strategicamente, nato dai fuoriusciti dalla Giovine Italia di Corso Monforte. Contro il luogo comune che vuole i sanbabilini tutti fighetti e figli di papà si incrociavano così il mitico immigrato Mammarosa, concentrato di forza bruta e di sanguigna umanità che menava come un fabbro, e coloro che avrebbero fatto dell’etica e della politica una ragione di vita. C’erano le Barrow’s e i RayBan ma anche Nietzsche ed Evola. Un mondo folle in cui si sovrapponevano diverse «San Babila», quella dei ragazzi per bene che bevevano il the al Motta e quella di chi ha fatto la cronaca e la storia. «Dopo gli arresti per gli incidenti del 12 aprile ’73 e per la strage di Brescia - mi ricorda Maurizio Murelli, oggi promotore dell’Editrice Barbarossa e della rivista Orion - la nostra San Babila è morta». Eppure in quegli anni si respirava un clima naïf. «Come la sinistra ha rotto il cliché del comunista stalinista, noi abbiamo superato quello del vecchio fascista inventando un nuovo futurismo» chiosa Murelli.
Cesare Ferri - protagonista di quegli anni, oggi scrittore - ha descritto quei giorni nel romanzo Una sera d’inverno e dice: «Volevamo che la società bacchettona cambiasse e non cadesse in mani comuniste. Dal canto loro i rossi ragionavano in modo uguale e contrario. Si scontravano due visioni del mondo». Di quel periodo mi sono rimaste amicizie profonde e sincere, che hanno superato la prova del tempo e che si nutrono di cose semplici. Per questo mi chiedo: a cosa serva riappropriarsi di San Babila?. «San Babila è qualcosa di più che una piazza dove mettere un gazebo - mi dice Ferri -, è un lungo elenco di nomi e dietro ci sono storie di ragazzi uccisi o con la vita disintegrata dalla repressione. Tutti dimenticati, vivi e morti. Manifestino pure, ma sappiano che chi allora c’era davvero, considera questo un riconoscimento tardivo. Lo dico senza risentimento ma, casomai, con un po’ di tristezza».