«Quando via Sarpi era esempio di integrazione»

Forcolini: «L’arrivo dei grossisti ha stravolto tutto: spostiamoli o il quartiere morirà»

Carlo Forcolini, architetto e designer, nonché presidente dell’Associazione del Design Italiano, una istituzione milanese di importanza internazionale. Con studio proprio in via Bramante, cuore della Chinatown milanese. Un osservatorio privilegiato che gli ha permesso di verificare i cambiamenti radicali della zona.
«Penso - inizia Forcolini - che in fondo tutte le metropoli del mondo hanno isole di questo tipo, e io in fondo ero ben contento di lavorare qui in questa isola fatta di artigiani con bottega nei vecchi cortili, abitanti cordiali e semplici e cinesi inseriti da anni nel tessuto sociale. Un livello di integrazione controllato, un quartiere multietnico, un modo di abitare tra diversità e contrasti, cose che in fondo sono tra le cose positive della città».
«Negli ultimi dieci, dodici anni - prosegue Forcolini - la situazione si è invece radicalizzata e hai davvero la sensazione di una occupazione premeditata, di una entrata a gamba tesa senza il rispetto di alcuna regola. La legge dice che in qualsiasi contesto urbano vuoi impiantare una nuova attività, questa, in armonia anche con il consiglio di zona, non deve stravolgere il contesto esistente ma anzi integrarsi. Non è certo accaduto e la situazione di oggi presuppone precise responsabilità, o da parte degli amministratori, o da chi ha voluto un accordo strategico per limitare una immigrazione confinandola, o da parte di qualcuno che ne traeva e ne trae dei vantaggi».
«E qui tutto ora è fuori legge. Questa illegalità, questo disagio del cittadino che non riesce nemmeno a camminare sui marciapiedi, queste intemperanze e violenze come si risolvono? A parer mio, come ci muove oggi si giunge solo a uno scontro fisico, ma occorre anche dire che questa popolazione ha pagato queste case e questi negozi, ha investito del denaro, lavora con grande alacrità e impegno. Penso allora che una amministrazione corretta dovrebbe creare un grande centro di servizi, dar loro la possibilità di vendere locali e negozi e quindi occupare questo nuovo spazio. E poi perché non osservare cosa questi negozi vendono? Tutti le stesse cose, un mercato monoprodotto che costituisce un caso limite al mondo, ma nello stesso tempo chi compra non è certo solo un cinese o un milanese ma commercianti che vengono da ogni parte.
«Un disagio che sta facendo crollare il valore di immobili, praticamente nel centro della città, che danneggia non poco quei cinesi di seconda e terza generazione che non fanno parte né della prima immigrazione, né dei boss, né delle bande, e si mostrano persone oneste, di buon senso, magari con trattorie o attività di servizio. Credo proprio che un trasferimento in un centro esterno, non in un lager, sia davvero l’unica soluzione al problema che si è creato. Ma gli amministratori e i singoli organi dello Stato sono al corrente di tutto ciò? Ho seri dubbi».