Quando Scalfaro bastonava i giudici

Oggi è uno dei più vicini al partito dei giudici. Ma durante il suo settennato l'ex Capo ello Stato denunciò le storture della giustizia. <strong><a href="/interni/il_commento_lanomalia_pubblici_ministeri_che_si_rivolgono_governo/30-11-2009/articolo-id=402930-page=0-comments=1">L'anomalia dei pm</a></strong> che si rivolgono al governo

Chi è il cattivo magistrato? Quello che si sente il tenente Colombo, quello che come Torquemada sbatte la gente in carcere per farla confessare, quello che racconta tutto ai giornali, quello che fa politica, quello che fa la star, quello che ha il dente avvelenato, quello che qualche volta pensa di essere Dio. Il cattivo magistrato esiste? Secondo Oscar Luigi Scalfaro sì, basta riascoltare quello che diceva da presidente della Repubblica.

Tutto vero: i suoi discorsi sono pieni di sorprese. Sette anni al Quirinale, come un sacerdote, come un notaio, chiuso nei suoi cappotti blu notte. Oscar Luigi Scalfaro ha fatto di tutto per apparire come il volto delle istituzioni. E qualche volta ci è riuscito. Scalfaro, da presidente, cerniera tra il vecchio e il nuovo, la partitocrazia e il bipolarismo, tangentopoli e il berlusconismo, l’immobilismo e le riforme. Scalfaro come commemorazione e dolore. Scalfaro custode della Costituzione. Scalfaro rabbia, rancore e «non ci sto». Scalfaro uomo dei giudici. Oscar Luigi, cattolico e moralista, è stato tutto questo. Quello che non si sapeva è il suo ruolo di «medico della Giustizia». Scalfaro forse aveva capito che lì, al confine tra toghe e politica, c’è la malattia di un Paese immobile, sempre sull’orlo di uno scontro istituzionale, con processi troppo lunghi e imprevedibili, con pentiti che parlano molto e si pentono poco, con risarcimenti millenari, dove l’accusa pesa più della difesa e il diritto è il regno dell’incertezza. È questa la sorpresa. Il presidente più vicino alla magistratura nei suoi lunghi monologhi, nelle parole di circostanza, nei moniti e nelle prediche, sosteneva che la Giustizia va riformata. Subito.

È uscito da poco, meno di un mese. Il titolo è Quel tintinnar di vendette. La prefazione di Gustavo Zagrebelsky. La casa editrice è La Sapienza. È un libro che spulcia tra le parole pubbliche di Scalfaro, tutte quelle che hanno a che fare con la giustizia. Le ha raccolte Guido Dell’Aquila, che di mestiere fa il giornalista. Messe tutte insieme sono un j’accuse contro i vizi di certa magistratura, troppo disinvolta nell’uso delle manette e davanti ai riflettori della tv. Una cosa che non ti aspetti. Eppure è Oscar Luigi che parla. E ricorda: «Ho vissuto da ministro dell’Interno il periodo in cui Craxi si è intestardito sulla responsabilità civile e penale del magistrato. Con lui ho avuto un rapporto ottimo, ma l’avevo messo in guardia dell’inutilità di una norma del genere. Ancora oggi questa legge è in vigore. C’è qualcuno che lo sa? Nessuno, e non sarà mai applicata nei millenni. Il problema è che i magistrati l’hanno vissuta come un calcio nei denti. E quando è stato il momento, siccome siamo sempre condizionati dall’Antico Testamento, questo calcio l’hanno ridato, e l’hanno ridato sui denti, sui piedi, sullo stomaco, fino ad arrivare all’alluce».

Tintinnar di vendette, appunto. Molti magistrati si sentono un «noi». Ragionano come gruppo, corporazione, casta, classe. Il guaio maggiore arriva quando pensano come partito e si muovono nella politica condizionando tempi, temi e ribaltoni. La maggioranza di Berlusconi sembra aver avuto una sola opposizione. Peccato che sia extrapolitica e indossa la toga. Non è un bene, per nessuno. Il 27 luglio 1994 Scalfaro dice: «Nessun potere deve sconfinare, pena il danno per i cittadini». Un anno dopo se la prende con quei pm che giocano troppo a fare gli investigatori, quelli che vivono in un romanzo giallo, e qualche volta lo scrivono: «Il ripristino di uno spazio per la polizia giudiziaria è importante. È un tema che, per dirla con la debita chiarezza, vuole impedire che il magistrato diventi un ibrido, come uno 007. È errato. È ragione di turbativa sul piano processuale e non credo serva alla Giustizia».

È una lunga condanna, ad ampio raggio. L’avviso di garanzia? «Questo istituto nato come atto di grande garbo nei confronti del singolo, per proteggere la persona, a volte la uccide». Il carcere preventivo? «Dovrebbe essere un’eccezione». La separazione delle carriere? «Non è un dramma». Le luci della ribalta? «Sporcano la toga». Nel luglio del 1996 si riunisce il Csm e Scalfaro invita i giudici a liberarsi dei lavativi: «Il tema della operosità dei giudici volete lasciarlo ai politici? Volete lasciare che siano i politici a fare questo pelo e contropelo o è giusto che la prima riflessione parta da qui?».
C’è una cosa che il vecchio presidente fa fatica a capire. È possibile che le procure funzionino più o meno come l’Ansa? Lì, sotto la bilancia della giustizia, c’è una delle più grosse fabbriche della notizia. «Oggi abbiamo una pioggia di intercettazioni telefoniche.

Non dubito della loro legittimità, ma è normale che un cittadino venga spiato giorno e notte? Non credo che questi eccessi siano il linea con la Costituzione. Ma a questo si aggiunge il contagocce delle notizie sulla stampa. È grave che escano tutte le intercettazioni, ma è incredibile che escano goccia a goccia, con infrazione del diritto alla vita privata di ciascun cittadino». Se un vecchio conservatore come Scalfaro dice queste cose, allora la Giustizia è davvero da rifare.