Quando Sciascia sdoganava l’arte fascista di Cambellotti

Torna in una nuova veste il libro sugli affreschi del Palazzo del
Governo di Ragusa: capolavori a lungo rimossi nel dopoguerra per motivi
politici

Sono passati più di vent’anni da quella giornata, credo di settembre, in una Ragusa diversa da quella che sarebbe rinata nelle stanze affrescate di un palazzo di costruzione recente. Ripensarci mi dà una sensazione di instabilità, di sdoppiamento, come se avessi vissuto due vite.

Io sono qui, oggi, con idee e pensieri intatti, freschi, nuovi; ed ero lì, in quel caldo pomeriggio di fine estate del 1987 con Leonardo Sciascia e Gesualdo Bufalino, vivi, miei coetanei, e non nomi di un libro di storia o di un sussidiario per le scuole. Camminavano tranquilli, con passi lenti Sciascia, e un po’ reclinato in avanti, più nervoso, Bufalino. Credo fosse con noi anche Matteo Collura, e certamente il fotografo Giuseppe Leone. Ci stavamo avviando alla prefettura nel Palazzo del governo per un’occasione che oggi avrebbe un diverso senso e non più la forza anticonformistica di sconvolgimento di luoghi comuni che spinse Sciascia a questa insolita impresa, dopo che, durante i lavori di restauro del palazzo, sotto la copertura non so se di stoffa o di carta, riemersero le vaste superfici dipinte da Duilio Cambellotti, ammiratissimo artista, architetto, scultore, mobiliere, pittore.

Perché dipinti che erano stati coperti apparivano ora in perfette condizioni, luminosi, e di stanza in stanza splendenti? Perché, cosa che incuriosiva e divertiva Sciascia, negli ambienti di rappresentanza era stata dipinta l’immagine del Duce e, con lui, altri gerarchi, riconoscibili nei loro volti atteggiati e nelle loro pose marziali, a cavallo, a piedi, contro cieli luminosi, in festa, con fasci e camicie nere, fez. Belle composizioni, e neppure troppo retoriche, e bei paesaggi e campagne dipinti.

Ma non si poteva consentire, dopo la caduta del fascismo, che il duce continuasse a essere glorificato. E la damnatio memoriae ne aveva imposto la cancellazione. Una imprevista forma di pietas aveva indotto i moderni censori (nello spirito peggiori dei fascisti) a non eliminare ma semplicemente coprire queste vergognose immagini. Passati più di quarant’anni era arrivato il momento di recuperarle, non più impediti dalla vergogna e dalla condanna. Il palazzo restaurato poteva ritornare alla sua condizione primitiva, e forse non ci sarebbero state neppure proteste e scandali, ma qualche incuriosita notizia nella cronaca cittadina.

La rimozione rimossa doveva essere sembrata a Sciascia troppo clamorosa per passare sotto silenzio. Occorreva dunque celebrarla e ricordarla. Così nacque l’Invenzione di una Prefettura, un libro illustrato che l’editore Bompiani intese come un nuovo racconto di Sciascia, sia pure mosso, come molti libri dello scrittore, da vicende e fatti reali di storia politica e civile. Anche il libro sugli affreschi di Cambellotti a Ragusa nasceva dallo stimolo di una realtà insolita e curiosa e imponeva un resoconto non di pura cronaca ma di pensiero. La rimozione così radicale e l’oblio degli affreschi di Cambellotti avrebbero potuto avere una più lunga durata: solo il caso aveva consentito una scoperta così curiosa, sia per il costume, sia per la storia, sia per la politica.

I due scrittori famosi, anche compiaciuti, si fecero molti complimenti, come vecchi amici che si ritrovano (e tali erano) felici di avere combinato uno scherzo che ribaltava lo spirito dell’impresa retorica del fascismo e riduceva i rischi di critiche faziose. Lo scandalo non erano gli affreschi di Mussolini ma la loro rimozione prima psicologica che materiale, dal momento che le condizioni degli affreschi erano straordinariamente buone. Io, divertito e lusingato dall’invito a presentare l’originale e insolito libro di Sciascia (che in molte occasioni mi diede dimostrazioni di stima e di amicizia), raccontai della percezione improvvisamente mutata, del prevalere della forma sui soggetti.

Probabilmente parlai dell’eccezionale talento di Duilio Cambellotti e della sua capacità di affrontare soggetti retorici e celebrativi senza rinunciare alla sorprendente e sempre originale stilizzazione delle forme così eleganti e frigide da escludere ogni convinta partecipazione al fascismo. Non che Cambellotti fosse antifascista, ma rivederlo oggi (e anche per la prima volta in quei giorni del 1987) trasmette la convinzione di un’impresa distaccata, antiretorica nella quale Cambellotti ha impegnato la forma ma non la fede, trattando i gerarchi come piante, nature morte, in una distanza cristallizzata.
Perché dunque censurarli? Sul dubbio che il coinvolgimento emotivo potesse, allora e oggi, alimentare la retorica fascista, il viatico di Sciascia ci rassicura e dichiara inevitabile l’impresa di restituzione, inevitabile e meritoria. L’invenzione di una Prefettura, appunto.