Ma quando si parla di uomini di quali uomini si parla oggi?

Eterosessuali, machi, bisex, omosessuali, transgender e travestiti: un libro inchiesta del francese Daniel Welzer-Lang

Se per secoli e secoli parlare male delle donne, creature maleodoranti, infette e diaboliche, era cosa facile, descrivere oggi il maschio è come percorrere un sentiero scivolosissimo. Innanzitutto: quale maschio? Di uomini ne esistono tanti: eterosessuali, machi, bisex, omosessuali, transgender, travestiti e così via. La sociologia, con tutti i limiti della nebulosità, ha il merito di porre e riproporre il sacrosanto quesito: di quali uomini si parla oggi quando si parla di uomini? Interrogativo e inchiesta insieme è il libro del francese Daniel Welzer-Lang, Maschi ed altri maschi (Einaudi, 273 pagine, 15 euro).
In quest'ultimo periodo, anche per i brutti cascami del femminismo aggressivo, è salita sul banco degli imputati la cosiddetta virilità, ossia l'affermazione della propria mascolinità. E quindi emerge un dubbio non da poco: questa «affermazione» ha un senso etico se passa attraverso la denigrazione e l'umiliazione della donna? L'autore cita il libro di Pierre Bourdieu, Il dominio maschile, laddove si afferma che «il privilegio maschile è anche una trappola e ha la sua contropartita nella tensione e nello scontro permanenti, spinti a volte fino all'assurdo... ogni uomo si vede imporre dal dovere di affermare in qualsiasi circostanza la propria virilità... come capacità riproduttiva, sessuale e anche come abitudine alla lotta e all'esercizio della violenza». Insomma l'essere e il dover essere uomini, esaltandone le principali caratteristiche ingessate dalla storia, è una fatica enorme e fa emergere, oggi, quella zona tenebrosa che s'annida nelle paure e nelle angosce suscitate dalla femminilità.
I comportamenti sociali cambiano lentissimamente, e tra mille contraddizioni. Chi in certe zone del pianeta non sbandiera la virilità - composta anche di vanità, violenza e vendetta - si vede ostracizzato, messo al bando, deriso dagli appartenenti del medesimo sesso. Anche chi non esercita vistosamente il machismo, rischia di essere considerato non-uomo e per questo «castigato» o in qualche modo espulso dalla «comunità». Di qui il dilagare della omofobia, termine che comparve per la prima volta nel 1972. Lo psicologo americano George Weinberg la definisce così: «Paura di trovarsi a contatto con omosessuali». A questo proposito conviene ricordare la frase più illuminante espressa sulla paura del «diverso». Diceva Henri de Montherlant: «Si parla di guarire gli omosessuali: bisognerebbe piuttosto guarire quelli che ritengono necessario guarire gli omosessuali».
Il più grande dubbio, a proposito della mascolinità, rimane però nella sua imbarazzante integrità: se uomo vuol dire non essere donna, come si fa a essere uomini anche (o soprattutto) in qualità di difensori dei deboli, donne comprese? Insomma: si può dominare e proteggere nello stesso tempo?