Quando la sinistra denunciava: è uno scandalo

Dopo i casi Bankitalia e Unipol nel 2006 i Ds proposero multe salate. Poi cambiarono idea più volte. Dalla proposta Calvi del 2001 alla bozza Mastella del 2007,
l’opposizione ha invocato sanzioni più severe contro la diffusione
delle conversazioni spiate

La posizione della sinistra sulle intercettazioni telefoniche, negli ultimi anni, è cambiata almeno cinque volte in ossequio a precise scadenze. Posizione numero uno: durante il governo Berlusconi, mentre dilagavano le intercettazioni sui furbetti del quartierino e sul governatore Antonio Fazio, la sinistra si disse disponibile a una neo-secretazione delle intercettazioni a mezzo delle multe salatissime proposte dal Guardasigilli Roberto Castelli: l’8 agosto 2005 il diessino Guido Calvi rilasciò un’intervista a questo giornale in cui denunciava «un vuoto normativo che va colmato al più presto», mentre da capogruppo Ds nella commissione Giustizia si diceva d’accordo con Silvio Berlusconi sulla necessità di mettere mano alla normativa che regolava le intercettazioni, pur con una serie di distinguo. La convergenza tra il senatore diessino e i sottosegretari Luigi Vitali e Giuseppe Valentino era totale: lo stesso Calvi, nel luglio 2001, aveva presentato un disegno di legge proprio sulla stessa materia (il n. 489) e la proposta di Calvi fu definita dal centrodestra «una buona base di partenza». Era il periodo in cui il segretario diessino Piero Fassino denunciava un certo «voyerismo mediatico» e invocava a sua volta «una normativa più adeguata»: ma d’un tratto tutto cambiò. Ed eccoci alla posizione numero due. Quando infatti un apposito disegno di legge approdò in Parlamento per firma del Guardasigilli Roberto Castelli, all’inizio del 2006, la sinistra si disse improvvisamente: c’era la campagna elettorale alle porte. Vinse Romano Prodi, com’è noto, prima che una serie di accadimenti spianassero la strada alla terza progressiva posizione della sinistra sull’argomento: gli arresti del portavoce di Fini, Salvo Sottile, e di Vittorio Emanuele di Savoia, Vallettoli e Calciopoli, soprattutto un’orgia di intercettazioni sui giornali. L’allora senatore dell’Unione Antonio Polito propose addirittura una commissione d’inchiesta sulla diffusione selvaggia delle intercettazioni nonché di «sanzionare i giornali» e «limitare lo strumento investigativo in mano ai pm»; l’idea fu sottoscritta, tra molti altri, dai diessini Gavino Angius e Tiziano Treu.
Intanto cominciavano anche a circolare i verbali con le intercettazioni telefoniche tra alcuni parlamentari diessini e alcuni indagati coinvolti nelle inchieste sulle scalate Antonveneta, Bnl e Rcs. E allora disse il ministro dell’Interno Giuliano Amato sulla Stampa del 12 luglio 2007: «Non è possibile che dalle sedi giudiziarie esca tutta questa roba, è una follia tutta italiana». Disse Piero Fassino ai microfoni di Sky Tg24 nello stesso giorno «È chiaro che qui si punta a colpire l’onorabilità del partito e di qualcuno di noi». Disse il presidente della Camera Fausto Bertinotti sempre quel giorno: «C’è un problema in termini nuovi, ci sono distorsioni nel sistema».
Ed è su questa terza posizione, la più decisa e sostenuta, che entra in scena il ministro della Giustizia Clemente Mastella: il 28 luglio propone un disegno di legge di 15 articoli che è una dichiarazione di guerra. Tra i propositi: multe da 5mila a 60mila euro; divieto totale di pubblicazione di atti, anche se solo riassunti, sino alla conclusione delle indagini preliminari; fascicolo del pm segretato sino alla sentenza d'appello; limiti temporali alla possibilità d’intercettare. Eccetera.
Ma neppure bastava. Massimo D’Alema, secondo La Repubblica del 29 luglio 2007, arrivò a dire: «Voi parlate di tremila euro, di cinquemila euro: ma li dobbiamo chiudere, quei giornali. Ci sono stati episodi scandalosi in cui materiale senza nessuna attinenza con l’inchiesta è andato a finire sui giornali. E anch’io ne sono stato vittima». Le polemiche continuarono e il provvedimento viene limato e ri-limato. Mario Pirani, su Repubblica, si spinse a scrivere: «Se Berlusconi dettava leggi ad personam, qui siamo di fronte a una legge ad personas, intesa cioè nell’interesse della classe politica».
Passata l’estate, questa terza posizione della sinistra continuò intanto a essere sostanzialmente condivisa anche dal centrodestra (c’era divergenza solo sull’entità di multe e sul periodo di detenzione per chi sgarra) ma occorse attendere sino all’aprile 2007 perché il disegno di legge di Clemente Mastella andasse finalmente al voto. In compenso c’era unanimità o quasi: 447 sì, nessun no. La norma era piuttosto severa: multe da 10mila a 100mila euro e segretazione totale delle indagini preliminari, come del resto già prevedeva il Codice penale del 1989. S’indignarono solo il solito Di Pietro e vari portavoce come Marco Travaglio, che scrisse: «Esiste una vasta gamma di comportamenti che, pur non costituendo reato, restano riprovevoli o comunque interessanti e devono giungere alla conoscenza dei cittadini». A sinistra, in compenso, l’onorevole Lanfranco Tenaglia della Margherita definì la legge «un punto di equilibrio alto e nobile» al pari di Gaetano Pecorella (Forza Italia) che parlò di «buona riforma varata col contributo dell’opposizione». Dettaglio: la legge si arenerà al Senato. Resterà, esattamente come il governo Prodi, lettera morta.
La quarta e quinta posizione le liquidiamo velocemente. Durante la scorsa campagna elettorale, come già accennato ieri, Walter Veltroni si riallacciava all’abortita legge Mastella prefigurando «il divieto assoluto di pubblicazione fino al termine dell’udienza preliminare», con tanto di «sanzioni penali e amministrative molto più severe». La posizione numero quattro, non bastasse, veniva ribadita da Veltroni anche durante un Porta a Porta del 13 febbraio scorso. Ma la posizione numero quattro non fa che precedere la numero cinque, quella dell’altro ieri: accodata a quella di Antonio Di Pietro che a sua volta era accodata a quella dell’Associazione nazionale magistrati. Eccola qua: i provvedimenti annunciati dal governo sono «gravi e sbagliati», mentre per quanto riguarda la privacy dei cittadini «è responsabilità degli stessi magistrati che le intercettazioni restino segrete». Come soluzione, cioè, viene riproposto il problema.