Quando la sinistra depistava: «Lo scalatore è Berlusconi»

Hanno parlato di operazione berlusconiana. Hanno dipinto «l’ombra del Cavaliere» dietro la scalata al Corriere della Sera. Hanno chiesto che il premier ne riferisse alle Camere perché «la smentita non basta», le sue parole non avevano valore. Hanno coinvolto l’Antitrust, presentato esposti a Bruxelles, reclamato inchieste parlamentari. Nelle innumerevoli interviste-lenzuolo concesse in questi mesi, hanno negato che la questione morale fosse a sinistra: e quelli che osavano accostarli ai «furbetti del quartierino» erano «cretini e mascalzoni», secondo le pacate espressioni dell’onorevole Massimo D'Alema.
Adesso se ne stanno muti, trincerati dietro i no-comment, con i telefonini spenti, in preda all’imbarazzo. Adesso per i leader della sinistra il silenzio è d’oro, prezioso come i due miliardi di euro che il banchiere delle coop versò agli immobiliaristi (tra i quali Stefano Ricucci, lo scalatore del Corriere) che possedevano il 27,5 per cento della Bnl. I vertici dell’Unione hanno straparlato per mesi nel tentativo di addossare a Silvio Berlusconi ogni manovra finanziaria. Adesso invece dalle nebbie della disinformacija con cui si volevano avvolgere le scorribande bancarie su Rcs, Bnl e Antonveneta, si profila una sorda lotta tutta interna all’Unione. E l’Unione tace.
Le carte depositate giorno dopo giorno dagli investigatori hanno fatto emergere anche rapporti di vario genere tra alcuni parlamentari del centrodestra con il banchiere Gianpiero Fiorani, con Ricucci e con Giovanni Consorte, presidente Unipol. Esse però documentano che la guerra delle banche nasconde in realtà una resa dei conti nel centrosinistra. Compaiono tutti. Consorte che specula in Borsa, porta i capitali all’estero e li fa rientrare con lo «scudo» fiscale. Piero Fassino che si arrabbia con il finanziere rosso perché non lo tiene adeguatamente informato. Lo stesso Consorte che confessa al senatore Ugo Sposetti, tesoriere dei Ds: «Sei l’unico di cui mi fido». L’ex ministro Sdi Angelo Piazza che telefona al presidente Consob Lamberto Cardia per saperne di più sui controlli sulle manovre dell’istituto bolognese di Via Stalingrado. Il segretario Sdi Enrico Boselli e il governatore laziale Piero Marrazzo che arano il terreno per Consorte.
Ancora. Il finanziere bresciano Emilio Gnutti, superstite della «rude razza padana» benedetta da D’Alema ai tempi dell’Opa su Telecom, che versa 50 milioni di euro ai vertici Unipol. D’Alema che paga la barca con un leasing nell’istituto di Fiorani e che aveva un appuntamento con Consorte proprio quel 15 luglio in cui si chiuse l’operazione Bnl. Vincenzo De Bustis, numero uno di Deutsche Bank in Italia e vecchia conoscenza di D’Alema dai tempi della Banca del Salento, che eroga giganteschi finanziamenti a Ricucci. Ricucci che tenta di agganciare Romano Prodi per coprirsi meglio le spalle. Prodi che parla con Luigi Abete, presidente Bnl, e riceve una richiesta di appuntamento (poi spostato) da Consorte su consiglio di Fassino, che suggerì al manager bolognese di «tranquillizzare» il Professore. Gli sponsor di Francesco Rutelli nel mondo del credito, Abete e Diego Della Valle (consigliere Bnl), che tentano di resistere disperatamente agli arrembaggi degli assicuratori rossi. E Rutelli che li difende a sua volta: prende le distanze da chi «mescola politica e affari», cioè i «furbetti del Botteghino», la sinistra che assaporò l'odore dei soldi ai tempi della «merchant bank» di Palazzo Chigi; e allo stesso tempo cerca di sottrarre voti alla Quercia, di «spolpare l’osso dei Ds», come disse Vannino Chiti.
Pochi a sinistra si salvano, se non giornali come il manifesto o il Diario di Enrico Deaglio, che a giugno uscì con una clamorosa copertina dedicata al «compagno Ricucci». Il quadro era già abbastanza chiaro, per chi voleva guardare le cose come stavano: dietro i pirati che assaltavano Via Solferino, dietro gli arrampicatori di Bnl e Antonveneta, dietro la battaglia di Via Stalingrado c’era anche la finanza rossa. Sembravano tre vicende diverse, invece erano un unico, colossale abbordaggio. Ma l’Unione aprì il fuoco su un altro obiettivo: Berlusconi. Il ragionamento fu semplice e sbrigativo: siccome il Corriere è «l’ossessione del Cavaliere», come disse Enrico Letta, lo scalatore era lui, il presidente del Consiglio.
Il finimondo scoppiò ai primi di agosto, quando Berlusconi difese «le operazioni finanziarie che rispettano il mercato» e le intercettazioni rivelarono i contatti tra Ricucci e Ubaldo Livolsi, finanziere vicino a Fininvest. Il premier smentì «sul mio onore e sulla mia parola» ogni interferenza nell’affare Rcs, ma non bastò. Invano il ministro delle Comunicazioni Landolfi spiegò che la legge Gasparri impedisce a Berlusconi di mettere le mani sul primo quotidiano italiano. Da Fassino a Castagnetti, da Diliberto a Chiti, da Giulietti a Di Pietro, fu un diluvio di accuse: «La questione morale non è a sinistra», «c'è una linea politico-affaristica che Berlusconi deve spiegare in Parlamento», «il premier non ha smentito nulla». Prodi sentenziò: «Berlusconi è un Ricuccione». E Bersani andò da Mentana in tv a raccontare: «Per operazioni di questo genere ci vogliono tanti soldi, dietro può esserci più uno con i capelli nuovi che uno con baffi vecchi».
Bersani è tra i maggiori difensori di Unipol e della scalata alla Bnl voluta da Consorte, ha atteso con ansia il verdetto della Consob sull’operazione e si è esposto più di tutti gli altri compagni di partito: «Bisogna rispondere in modo definitivo all’offerta di Unipol. Perché questi mesi di tira e molla sono un record mondiale...», ripeteva nelle interviste. Gli altri agivano dietro le quinte. Sposetti, il tesoriere diessino, era l’uomo di fiducia di Consorte: «Non sa niente nessuno, lo sai solo tu come al solito - gli confidava il banchiere delle coop -. Li ho convinti... L'operazione la farebbe Unipol, le banche, le cooperative... Se riesco a chiudere, è la più bella operazione fatta in Italia negli ultimi 15 anni...». «Chiacchiere tra amici», mormora adesso Sposetti.
Il prudente Fassino, racconta ancora Consorte, era quello che «mi chiama e si incazza tutte le volte perché deve chiamare lui...». Del segretario della Quercia, che sui giornali si è sempre detto estraneo alle spregiudicate acrobazie finanziarie di Unipol, sono state intercettate 17 conversazioni con il manager di Via Stalingrado nei giorni cruciali della scalata: voleva essere tenuto al corrente, al punto che - sono sempre parole di Consorte - giudicava «troppo esosi» Ricucci e gli immobiliaristi. Abete, preda di Unipol, poneva invece a Fassino il problema di una direttiva europea che avrebbe ostacolato le operazioni di Consorte. Prodi (e il suo braccio destro Giulio Santagata) veniva contattato dallo stesso Abete e da Consorte per un appuntamento, e anche da Ricucci: il Professore fece la «trottola» (parole sue), cioè svicolò, come al solito. Intanto però l'amo era gettato.