Quando la sinistra giurava: «Se cade Prodi si vota subito»

Ora hanno il terrore delle elezioni e chiedono in coro che si faccia un governo di larghe intese. Qualche mese fa escludevano a priori ogni tipo di pasticcio

da Roma

Cambiano i tempi, cadono i governi. E improvvisamente, come per incanto, risuonano gli appelli alti e nobili per sedersi tutti insieme allo stesso tavolo e creare gioiosamente un governo istituzionale. È questo l’ultimo lembo di speranza a cui si aggrappa il centrosinistra, il percorso da cui non si può assolutamente prescindere, pena «la caduta nel caos» o addirittura nella «tragedia».
I toni apocalittici, gli appelli accorati, le accuse infuocate rivolte al centrodestra - colpevole di affondare i denti nella carne del Paese con la richiesta di un governo legittimato dal voto degli elettori - rimbalzano da un partito all’altro. Le dichiarazioni a tinte fosche si rincorrono di segreteria in segreteria in una sorta di gara a chi prefigura lo scenario più allarmistico. Peccato che questi due anni siano stati costellati da un arcobaleno di parole e prese di posizione indirizzate esattamente nella direzione opposta. E siano stati segnati da una frase, ripetuta come un mantra o come una sorta di automatismo verbale: «Se il governo cade si torna alle urne». Senza se e senza ma.
Il film dell’incoerenza dell’Unione scatta il suo primo ciak in tempi molto lontani, addirittura prima del voto del 9 e 10 aprile 2006. «Se vinciamo e si fa il governo a quel punto non esiste una via di mezzo: se cado, si va al voto» dice Romano Prodi, alla vigilia delle elezioni. Una posizione ripetuta più volte dal presidente del Consiglio nel corso dei suoi due anni a Palazzo Chigi. Ma il Professore non è certo l’unico ad assicurare che si farà ricorso alla volontà popolare in caso di deflagrazione della maggioranza. Piero Fassino, ad esempio, il 30 ottobre 2006 detta una lezione di bon-ton democratico-istituzionale. «Se cade Prodi lo scenario più rispettoso della volontà degli elettori è che si vada a votare: non vedo francamente maturare condizioni e larghe coalizioni politiche o governi tecnico-istituzionali. Mi paiono ipotesi di scuola senza alcun grado di realismo che possa far credere che siano scenari praticabili». Analoga convinzione l’ex segretario dei Ds torna ad esprimere undici mesi dopo, il 23 settembre 2007, quando avverte: «Se cade Prodi si va al voto, un altro governo non c’è». E per una volta sono tutti d’accordo con il segretario Ds.
Le difficoltà di navigazione per l’Unione si manifestano ormai a cadenza pressoché quotidiana. E periodicamente commentatori o esponenti politici azzardano un suggerimento: il ricorso a un governo di larghe intese. L’ipotesi, però, viene sempre sdegnosamente rispedita al mittente. «Larghe intese? Neanche per sogno. L’alternativa al governo Prodi è un rapido ritorno alle urne» dice Anna Finocchiaro nel novembre 2006. «Se dovessero accadere pasticci cade il governo. Non ci sono larghe intese che tengano, a quel punto si va ad elezioni» dice il presidente dei senatori di Rifondazione, Giovanni Russo Spena. Sull’argomento ripetono lo stesso copione altri esponenti di primo e primissimo piano dell’Unione: «Dopo questo governo ci sono soltanto le elezioni» dice Enrico Boselli. «Il governo Prodi è di legislatura: se dovesse cadere sarebbe la fine della legislatura e si andrebbe a nuove elezioni» aggiunge Vannino Chiti. E Massimo D’Alema, il 19 febbraio 2007, alla vigilia del dibattito sulla politica estera, avverte: «Senza maggioranza andiamo a casa». Una circostanza che si verificherà puntualmente alla prova del voto. Ma Prodi riotterrà l’incarico e l’esecutivo risorgerà dalle sue ceneri.
La lista dei politici dell’Unione convinti della bontà dell’automatismo «sfiducia uguale elezioni» non si conclude con D’Alema. Ci sono i Comunisti Italiani che - coerenti con la loro posizione attuale - ribadiscono con Oliviero Diliberto la loro indisponibilità «a qualunque soluzione che snaturi la nostra coalizione: nessun governo istituzionale, tecnico, di larghe intese o di altra natura ma elezioni anticipate». La stessa convinzione è espressa a più riprese da Clemente Mastella, da Alfonso Pecoraro Scanio, da Martina Palermi, da Paolo Ferrero. E c’è anche l’avvertimento fatto risuonare a cinque giorni dalle Primarie del Pd da Arturo Parisi e Rosy Bindi in una conferenza stampa congiunta. «Ci siamo impegnati tutti davanti agli elettori per un governo di legislatura – scandisce il ministro della Difesa –: il che significa che la durata del governo è certa, incerta è solo la durata della legislatura. Ovvero se Prodi cade, si vota». L’ultimo verdetto è quello dettato da Francesco Rutelli il 24 ottobre scorso. «Un governo tecnico o istituzionale? Ma no, se Prodi dovesse cadere, dopo di lui ci sono soltanto le elezioni». Una convinzione granitica, improvvisamente dimenticata e sostituita dalla missione «tiriamola per le lunghe». Il nuovo obiettivo su cui tutto il centrosinistra è oggi generosamente concentrato.