Quando la sinistra tuonava contro Storace l’«Epurator»

Claudia Passa

Se la presunzione di innocenza vale anche per loro - e dunque fino a prova contraria bisogna credere alla buona fede - di certo i rappresentanti del centrosinistra alla Regione Lazio sono quanto meno smemorati. Eppure son trascorsi solo cinque anni da quando i big dell’Ulivo, freschi orfani di Piero Badaloni, avevano armato le schiere ed erano partiti lancia in resta riesumando addirittura per Francesco Storace l’appellativo di «Epurator» affibbiato ai tempi della Vigilanza Rai. Il motivo di cotanto risentimento? L’avvicendamento ai vertici delle Aziende sanitarie locali. Leggere per credere.
Verrebbe da dire che a distanza di un lustro la storia si ripete, ma non è così. Tra il «repulisti» di Marrazzo & Co. e gli avvicendamenti operati sotto il governo di centrodestra ci passa un oceano. Non solo perché allora non ci fu alcuna epurazione di massa, dal momento che alcuni dirigenti nominati da Badaloni rimasero saldamente in sella dopo le elezioni del 2000. Ma anche «perché - spiega Andrea Augello (An), che della giunta Storace era assessore al Bilancio - la sinistra sta licenziando i manager, senza alcuna valutazione, appellandosi ad una norma che al tempo della stipula dei contratti non esisteva, mentre la precedente giunta aspettò la scadenza dei contratti per operare le sostituzioni. Vorrà dire qualcosa se il Tar oggi sta concedendo sospensive a raffica e allora l’unico ricorso venne respinto al mittente?».
Eppure cinque anni fa il centrosinistra, dall’opposizione, non aveva risparmiato epiteti contro Storace e l’assessore alla Sanità Vincenzo Saraceni. Di più: coloro che oggi si rifiutano di pubblicare gli elenchi degli idonei sul bollettino ufficiale, allora pretendevano che venissero «messi a disposizione del consiglio sia i curricula dei candidati alla direzione delle Asl, sia i verbali della commissione esaminatrice». Al momento della ratifica delle nomine, Alessio D’Amato dei Comunisti italiani aveva addebitato alla Giunta addirittura «un esproprio delle prerogative della Commissione Sanità e del consiglio».
Giulia Rodano (Ds) sentenziava: «Non sono stati scelti i più bravi, ma i più fedeli. Storace persevera nella sua politica di occupazione ed epurazione che mette a rischio la salute dei cittadini». Nicola Zingaretti, anche lui Ds: «Ci sono pochi manager e molti lottizzati». Salvatore Bonadonna (Rifondazione): «È prevalsa l’appartenenza di alcuni manager alle forze politiche della maggioranza». Il verde Giovanni Hermanin: «È una politica di vecchia maniera». Angiolo Marroni (Ds): «Saraceni è come il dottor Jekyll e mister Hyde». Renzo Carella (Ds): «Sono nomine senza competenza». E pensare che, all’indomani delle elezioni del 2000, la sinistra non più di lotta e di governo s’era scagliata contro Fabio Rampelli (An) che aveva denunciato «un assalto postumo alla diligenza» riferendosi a «molti commissari straordinari che stanno provvedendo ad accelerare concorsi banditi in passato, in qualche caso a pochi giorni dal voto del 16 aprile, con l’intento di pagare cambiali elettorali». Ma lui no, non poteva dirlo. Guai ad aprire bocca.
A rileggere adesso, le dichiarazioni al vetriolo degli esponenti ulivisti acquistano un’involontaria ironia. Specie se alle sortite degli inquilini della Pisana si assommano gli interventi a gamba tesa del Campidoglio che allora, con Rutelli sindaco e Storace governatore, rivendicava un ruolo nelle nomine. E oggi, con Veltroni primo cittadino e Marrazzo presidente, stranamente tace. Un altro silenzio assordante di questi giorni è poi quello di Daniela Monteforte (Ds). Nel 2000, in qualità di delegata per le pari opportunità del Comune di Roma, sbatté i tacchi per la «scarsissima presenza femminile nelle liste di idoneità al bando per le nomine dei direttori generali delle Asl». Oggi, con solo tre manager in gonnella su sedici neo-assunti della Giunta Marrazzo, non sembra aver avuto nulla da ridire.