Quando Sordi s’intimidiva di fronte al fascino di Anna

Il centenario della Magnani. Il 7 marzo 1908 nasceva a Roma la prima attrice italiana a vincere l'Oscar. Il critico che la vide recitare da bambina disse: "Non c'è molto da insegnarle"

Era, come oggi, una serata da festival, ma ai tempi, grazie al cielo, Sanremo durava solo tre giorni. Il giovane Alberto Sordi era stato invitato, tra i tanti, a casa di Anna Magnani, in via degli Astalli. «Mi scusi se non sarò disinvolto davanti a lei, capisce... » abbozzò lui. Lei lo guardò, fece una smorfia e disse, squadrandolo da capo a piedi: «Annamo bene, se t’emozioni davanti a Cappuccetto Rosso; allora se io fossi il lupo, te la saresti fatta addosso». Ma già la sera dopo lo guardò muta per sussurrargli in tutta dolcezza: «Ma che, ci hai l’occhi celesti?». Questa era Anna Magnani, una donna dalle passioni travolgenti e dalle collere irrefrenabili, capace di trasformare l’allegria più sfrenata in un improvviso attacco di malinconia. Lo racconta benissimo Giancarlo Governi nel suo dolceamaro Nannarella - Il romanzo di Anna Magnani (minimum fax, 231 pagine), in uscita proprio per il centenario della nascita (7 marzo 1908) della più grande attrice del cinema italiano. Con tante scuse alle altre che pensavano (o pensano) di aver diritto al titolo.

A proposito, Anna Magnani era nata a Roma, mica in Egitto, come riporta ancora qualche sacro testo e sosteneva con calore l’amica e collega Marisa Merlini: «Un fascino da zingara, due occhi magnetici da egiziana... perché lei, lo sa? Era nata ad Alessandria d’Egitto». Balle, esclusi fascino e occhi. E quanto ci teneva Nannarella a rimarcare le sue origini, come fece in un’intervista a Oriana Fallaci: «Sostengono che sono nata da padre egiziano in Egitto. Ma io sono nata a Roma, da madre romagnola e padre calabrese, se non ci crede le do il certificato di nascita, in Egitto mia madre ci andò dopo che m’ebbe avuta. Aveva diciott’anni, non era sposata e a quell’epoca era uno scandalo, così andò in Egitto e io restai con la nonna: qui a Roma». Infatti, spiega Governi, la bambina di cognome si chiama Magnani, come la mamma, la nonna, le zie Dora, Maria, Olga, Rina e Italia, più, unico maschio, lo zio Romano. Come dire molte mamme e un papà.

La bambina scalpitava e, già cresciutella, si iscrisse all’Accademia di Santa Cecilia, dove fu notata dal critico teatrale Silvio d’Amico, mica uno qualunque: «Ieri è venuta una ragazzina, piccola, mora, con gli occhi espressivi. Non recita, vive le parti che le vengono affidate: è già un’attrice, la scuola non può insegnarle molto di più di quello che ha già dentro di sé». Un ritratto che equivaleva a una sentenza da intenditore.

Nella sua prima compagnia teatrale, era l’autunno del ’25, la paga era di 25 lire al giorno. Passabile, per una sola battuta: «La cena è servita!». Poi il salto verso l’alto, la copratogonista che si sposa da un giorno all’altro, e Nannarella promossa sul campo da un altro signore dalla vista lunga, Dario Niccodemi. Fino alla consacrazione, sul palcoscenico con i fratelli De Rege, che a nominarli oggi sono quelli di «Vieni avanti, cretino!», ma in quel 1934 erano fior di attori. Nel mondo fracassone della rivista Anna Magnani si ritrova a meraviglia, fermi restando i saliscendi un umore inspiegabilmente ballerino. Dal teatro al cinema, il passo, su quelle gambe magre (e i seni prosperosi), è breve (l’esordio con La cieca di Sorrento è anch’esso del ’34). Seguono operine da quattro soldi, in tutti i sensi, fino a Teresa Venerdì (siamo nel ’43) di Vittorio De Sica e di molti gradini più su. E fino al magnifico Roma città aperta di due anni dopo, diretto da Roberto Rossellini.

Rossellini, il terzo grande amore di Nannarella. Il primo era stato un altro regista, di minor talento, ma di identico fascino, Goffredo Alessandrini. Che pure la preferiva teatrante: «La tua vera strada è il palcoscenico. Al cinema più che bravura ci vuole fotogenia e tu non sei fotogenica». Un marito, Alessandrini, che non era un modello di fedeltà. E che non le diede il figlio tanto desiderato. Così, dopo mille burrasche e altrettante riconciliazioni, ci fu, inevitabile, la separazione. Soffrì Nannarella, ma non troppo, se si bada al calendario. Perché nel 1940 conobbe Massimo Serato, un attore veneto di nove anni più giovane, di cui lei si innamorò perdutamente. Ma che non riusciva a sopportare le sue terribili scenate di gelosia. Scenate, come ricorda Governi, inesauribile miniera di aneddoti, che trascinavano nella loro casa amici come Ercole Patti o Ferdinando Poggioli, «che venivano come se andassero a uno spettacolo, sperando di assistere a una delle nostre memorabili litigate».

Però Serato ebbe il merito di dare, nel ’42, alla Magnani un figlio, l’amatissimo Luca. «Quando si accorse di aspettare Luca - confidò poi Serato - Anna interruppe immediatamente il lavoro. Sembrava impazzita. Concentrò tutto il suo interesse e le sue speranze sul figlio che doveva nascere». Ma in una triste sera del ’44, mentre era in scena a Roma con Totò, una coppia che mandava il pubblico in delirio («un gioco continuo a prevaricarsi, a emularsi nell’improvvisazione, a rubarsi la battuta»), il bambino fu colpito dalla paralisi. Una malattia che sconvolse la madre e incrinò l’ormai vacillante rapporto con Serato. Racconta De Sica: «La vita, questa sua vita infelice, colma di dolori, di dispiaceri intimi, i suoi uomini, il figlio malato, l’aveva resa diffidente, sospettosa... Non era una donna facile, Anna. Con lei dopo la quiete dovevi sempre aspettarti la tempesta».

Come ben sa il bugiardissimo Rossellini, che pur stando con Nannarella, aveva preso una cotta irreversibile per Ingrid Bergman, la bionda contro la bruna, proprio come a Sanremo. Anche con in tasca il fresco telegramma della valchiria in arrivo, Rossellini negava, negava. E alla fine si ritrovò con una montagna di spaghetti al pomodoro in testa. Davanti all’intera troupe di Il miracolo. Questa era Anna Magnani, che vinse un Oscar e morì di cancro.