Quando stare insieme è il massimo del minimo

Rinunciando alla bottiglia, Raymond trovò il successo nella sua «seconda vita»

«Non ha importanza il luogo dove uno scrittore vive, in quanto non influisce sulla sua scrittura». Questa frase di Raymond Carver, antitesi a quella celebre di Goethe «Se vuoi conoscere veramente un poeta va nella terra dov’è nato», ha un suo rovescio non privo di interesse: a volte la scrittura sa essere così potente da creare il luogo dove lo scrittore vive: una trasfigurazione non nuova in arte. In Bretagna, non puoi non incontrare Chateaubriand, davanti alla montagna di Saint Victoire, qualcosa di Cézanne rivive in te.
Se invece si percorre la strada costiera attraverso California, Oregon e Washington, sarebbe difficile non pensare a Carver, con tutto il rispetto per alcuni nomi sopracitati. Saremmo in quella che appropriatamente fu nominata «Carver Country»: un territorio non solo geografico, ma mentale, dove presero residenza coloro che poi divennero una delle coppie più note della letteratura del secondo Novecento americano.
Carver, nato a Clatskanie (Oregon, 1918) era figlio di un operaio e di una cameriera di ristorante. Dopo il liceo fece mestieri di ogni tipo, sposò a diciotto anni una ragazza di sedici. Ebbe un figlio. «Non abbiamo avuto giovinezza», dirà in seguito. «Ci siamo ritrovati in ruoli che non sapevamo come recitarli. Però abbiamo fatto del nostro meglio». Infatti entrambi riuscirono non solo a laurearsi, ma a mettere al mondo un secondo figlio nonostante una situazione economica che obbligò i due a vagabondare da un lavoro all’altro alla ricerca di una stabilità emotiva, oltre che finanziaria, che Raymond trovò più tardi nell’alcol.
Portiere di notte in un ospedale, una mattina anziché rincasare per mettersi davanti alla macchina da scrivere - risalgono a quel tempo i primi tentativi con racconti e poesie -, si rifugiò in un bar, e bevve così il suo primo bicchiere cui ne seguirono parecchi altri, e per anni. Arresti, ricoveri, disintossicazioni: la famiglia divenne totalmente negativa fino al 7 giugno 1977, anno in cui - già separato dalla moglie - con un gesto di volontà di cui era fiero, «più fiero di qualunque altra cosa», Raymond smise di bere. «Per molto tempo mi sono trovato a vivere giorno per giorno, rendendo le cose molto difficili a me e a quelli attorno a me, proprio col mio bere. Adesso in questa seconda vita, del dopo bere, conservo un certo pessimismo, credo, ma anche una certa fiducia e un certo amore per le cose di questo mondo... Adesso ho fiducia che il mondo esisterà per me domani nello stesso modo in cui esiste per me oggi».
Tale fiducia ha parte rilevante nella poetica di Carver: «Per scrivere un romanzo, uno dovrebbe vivere in un mondo sensato... da osservare e quindi descrivere attentamente. Un mondo che, almeno per un certo tempo, resterà statico». Parole da leggere in controluce, dense di ambigue rivelazioni, perché Ray un romanzo non lo scrisse mai. L’aveva in cantiere - così dice in un intervista nel 1985, tre anni prima della morte - eppure non volle o non fece in tempo a metterci seriamente mano: ma come scrittore di racconti fu considerato il migliore della sua generazione e quasi maestro di quelle che seguirono.
Il «minimalismo» esplose come moda quando uscirono i suoi ventidue racconti di Vuoi star zitta, per favore? nel ’76. Fu l’ultimo movimento letterario di qualche espansione che l’arte americana degli ultimi trent’anni ricordi: David Leavitt, Frederick Barthelme, Jay McInerney e Bret Easton Ellis. Così come John Cage e Philip Glass nella musica; così nella danza, nell’architettura, nella pittura e nella regia. Tutto diventa Less, secondo il dettame carveriano: «Non taglio fino all’osso, taglio fino al midollo».
Come tutte le mode, conobbe le esagerazioni: qualche opera fu persino Less than zero. È una regione curiosamente vicina al teatro dell’assurdo, ma Carver si salvò dalla possibile deriva evitando di utilizzare come simboli i suoi personaggi: una coppia sull’orlo del divorzio, rimane nei suoi racconti inevitabilmente quella coppia in quella cucina, a discutere di nulla con frasi che sembrano lame di coltello.
Ad ogni modo, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (1981) è considerato ancora oggi come la sua opera migliore e apice del minimalismo. Potrebbe anche avere qualcosa da dire - molto più di tanti manuali - sul perché le coppie divorziano, e sulla loro vita prima e dopo la separazione. Non si dimenticano i suoi protagonisti, seduti al bordo della piscina, con un bicchiere di whisky in mano, mentre parlano di divorzi, fallimenti, affari: niente multinazionali, al massimo un’autorimessa. Chirurgia psichica, in altre parole, e in uno stile che rende anche trasposto sul grande schermo: Robert Altman, dei racconti di Carver, fece un film, America oggi, che rimane uno dei ritratti più veritieri della classe media californiana. In particolare per l’atmosfera che vi si respira. Ma come non rimpiangere la poesia de Il Grande Gatsby?
Pochi mesi dopo la disintossicazione, Ray incontra Tess Gallagher, poetessa già affermata. Si trattò di un caso di «luminosa reciprocità» (Gallagher).
La vita di Tess richiama per molti aspetti quella del suo compagno: primogenita di una famiglia di operai emigrati sulla costa del Pacifico in seguito alla Grande Depressione, aveva avuto anche lei un padre alcolizzato e «la tirannia della famiglia». Sposata due volte, divorziata altrettante. Artisticamente avevano imparato dagli stessi maestri, Cechov su tutti. Tanto che alcune critiche rivolte ai libri di Carver si attaglierebbero anche a quelli di Tess scritti nei primi anni di convivenza. Col tempo, la prosa di lei era andata modificandosi, particolarmente nelle poesie, che a parere di un critico subirono una forte virata verso l’oscurità e l’ornamentalismo. Risposta della poetessa: «L’ornamento ha una sua forza, un suo effetto». Come vediamo, una frase che prende le distanze da quella di Raymond: «Se tagliassi ancora non resterebbe più niente».
La loro unione sentimentale e professionale fu quasi l’archetipo di uno scambio artistico che non impedì a nessuno dei due di trovare una propria voce, nonostante pareri critici del tutto contrari. «Ora, magari a coloro che mi considerano semplicemente un prolungamento di Ray messo sotto naftalina potrebbe venire in mente che sono stata viva e vitale tutto il tempo». Infatti, furono l’uno editor dell’altra per tutto il periodo della loro collaborazione e convivenza, col loro proprio modo di scrivere.
«Non riesco a pensare di vivere con qualcuno che non sia scrittore», disse Carver già cinquantenne. «Si condividono fini e presupposti, si comprende il reciproco desiderio di privacy, di solitudine». Ma purtroppo la sua «seconda vita» era alla fine: gli fu diagnosticato un tumore ai polmoni. La coppia passò momenti terribili, ma non furono queste, secondo Tess, le «energie dominanti». Piuttosto, Ray decise che l’unica cosa da fare della vita che gli restava fosse scrivere, soprattutto poesie. In una di esse, dopo un lungo giorno a pescare a Morse Creek - la canna veniva subito dopo la penna nelle preferenze di Ray - lo scrittore interpreta la propria morte: «Lì sdraiato a occhi chiusi, immaginando se davvero non avessi più potuto alzarmi, pensavo a te. Ho aperto gli occhi, mi sono rialzato subito, ritornando a esser contento. Te ne sono grato, capisci. E volevo dirtelo».
Il titolo della poesia è infatti For Tess.