Quando gli stilisti si infuriano con la stampa: "Fuori i cani e i critici"

Sono i re dell'eleganza ma se qualcuno osa bacchettarli vanno in escandescenze. E i giornalisti ne fanno le spese. Da Dolce & Gabbana a Prada: in un libro i segreti delle liti fra media e couturier. Leggenda vuole - per esempio - che Armani abbia quinte colonne in tribuna per scovare chi parla male di lui

Daniela Fedi - Lucia Serlenga

Milano - La legge non lo prevede, ma per alcuni grandi della moda esiste un reato che potremmo chiamare «delitto di leso stilismo» con pene e sanzioni dure, durissime, ai confini del ridicolo. «È vietato l’ingresso ai cani e alla Mulassano» scrisse nel 1976 Walter Albini all’entrata di una sua sfilata, solo perché la storica firma di moda del Corriere della Sera, Adriana Mulassano, aveva stroncato la collezione precedente. «Poi siamo diventati amici», racconta lei, ricordando anche che per esprimerle solidarietà nessun giornalista entrò in sala. Forse un tempo contavano altri valori. E di sicuro gl’interessi in gioco erano meno consistenti. Invece la suscettibilità degli addetti ai lavori era quella di adesso: più alta dell’Everest e molesta quanto un mal di denti.

Nel gennaio del 2008 lo storico socio di Valentino voleva negarci l’ingresso a una conferenza stampa convocata a Parigi prima dell’ultima sfilata del maestro, ritenendosi offeso per un articolo in cui definivamo interminabile la cerimonia degli addii cominciata otto mesi prima. «Ci vuole rispetto per parlare del nostro lavoro» tuonò rosso di rabbia sotto l’abbronzatura, sbarrandoci fisicamente la porta. L’arrivo del grande couturier in persona lo costrinse a farsi da parte permettendoci di sgattaiolare dentro la sala, dove avremmo appreso una notizia sensazionale: finalmente libero da impegni professionali, Valentino si sarebbe dedicato al giardinaggio.
Molto spesso manager, PR, soci e alter ego dei creatori di moda sono in un certo senso più realisti del re, difficili da maneggiare, per usare un dannato eufemismo. Per esempio Pierre Bergè era il braccio destro ma soprattutto quello armato del fragile Yves Saint Laurent: concedeva le interviste con il contagocce, ma in più pretendeva di leggere e rimaneggiare i testi per consentirne la pubblicazione. Il suo divieto arrivava spesso a rotative avviate con conseguenze a dir poco agghiaccianti. Patrizio Bertelli è più comprensivo anche se capace di scenate epocali. Anni fa, con la sua incombente figura da lupo di mare, mise all’angolo Suzy Menkes facendo temere per l’incolumità della signora. In realtà ha un preciso codice di comportamento che sua moglie, Miuccia Prada, descrive così: «È tutto fuorché un politico, cioè una persona capace di un certo tipo di furbizia. Quando gli dico: “Patrizio, potresti essere un po’ più furbo?” mi guarda come se fossi una delinquente, e in effetti i furbi alla fine non hanno delle grandi doti morali. La cosa che lo disturba di più sono le pubbliche relazioni, le mosse politiche che servono per star tranquilli nel mondo della moda. Lui non fa niente di quel che dovrebbe fare perché i giornali parlino bene di noi o, meglio, dicano solo le cose belle e non quelle brutte».

Temibili anche le sfuriate di Sergio Galeotti, indimenticabile partner di Giorgio Armani nei suoi primi passi verso il successo planetario. In seguito alla sua precoce scomparsa, avvenuta nel 1985, lo stilista fu costretto a calarsi negli scomodi panni dell’imprenditore che tiene tutto sotto controllo, il primo ad arrivare e l’ultimo a uscire. Nacque così la leggenda metropolitana sulle quinte colonne confuse tra il pubblico delle sue sfilate per riferire eventuali commenti negativi da punire con la retrocessione del posto in sala. Qualcuno è convinto che per far arrabbiare Re Giorgio basti distrarsi durante gli show, un’interpretazione risibile di quel rigore intelligente che lui impone a se stesso e apprezza negli altri. Certo, Armani alla stampa non le manda a dire, specialmente durante quegli incontri collettivi subito dopo la sfilata nel backstage che dovrebbero servire per fare il punto della situazione con un testimone del nostro tempo, mentre per qualcuno sono solo una ghiotta occasione in cui strappare una frase a effetto tipo (...). Simili episodi suscitano molte perplessità nei colleghi della stampa estera, che spesso si sentono i depositari della verità deontologica. Per esempio secondo Cathy Horyn del New York Times, i giornalisti italiani reagirebbero meccanicamente a quel che un grande designer dice nel backstage, confondendo le note marginali per materiale da titolo. «A Milano si lavora spesso così e non sorprende che il cinismo abbia il sopravvento su tutto» ha sentenziato nel suo blog il 18 febbraio 2008.