Quando la Storia diventa gialla il Duce fa il detective

Avremmo dovuto aspettarcelo, la tendenza era inequivocabile. Le assunzioni selvagge di investigatori privati post mortem hanno coinvolto un paio di filosofi, Aristotele e Descartes, prima di andare a pescare in altre categorie professionali: scienziati, pittori, poeti. Dipendenti di prestigio come Shakespeare danno lustro alla ditta, lavorano sodo e non piantano grane. L’ultimo a firmare il contratto di collaborazione continuativa è stato lui, Benito Amilcare Mussolini. Ma gli spiritosi sono avvertiti, non potranno osservare che le vie dello sdoganamento sono infinite: perché a scoprire l’assassino, almeno per ora, non è il duce del fascismo bensì «il direttore dell’Avanti! In paglietta e verga di bambù».
A trasformare Mussolini in investigatore privato ha pensato Ben Pastor, italiana trasferitasi negli USA da bambina ed apprezzata narratrice di gialli in una prosa che ricorda l’efferatezza ultimativa di Lernet-Holenia. L’ha fatto nel racconto «La camicia di Nesso», la prima delle due storie che compongono il volume Delitti di regime (Aliberti, pagg. 141, euro 13).
Siamo nel 1913 e Mussolini è per ragioni oscure a Dresda. Alloggia in Casa Bebel, covo di cospiratori dove «si mangia come nelle migliori trattorie di Forlì e si balla due volte alla settimana. Valzer, fox-trot, persino il tango». Danza molto amata da Benito Amilcare, che «si farebbe insegnare il tango dal ministro della Giustizia in persona» ma deve accontentarsi delle lezioni dello svizzero Karl-Albert Weber, probabile informatore della polizia tedesca il quale, al piano di sopra, tra le note sparse dal grammofono e l’odore sparso dalle cipolle, insegna i passi facendo scricchiolare il pavimento di legno. Resterebbe a ballare il tango chissà per quanto, Mussolini, se un giorno Duilio Berta, ingegnere vanesio e carogna proveniente dalla migliore società romana, non finisse carcerato nelle segrete sassoni con l’accusa di aver strangolato un’americana, «Miss Paloma Sargent detta Mina, di Revere, Massachusetts». La donna prima di essere uccisa «non ha subito alcun oltraggio di ordine sessual-penetrativo», recita il referto, ma pare conducesse una vita sessual-penetrativa piuttosto disinvolta. Quanto all’ingegnere, si trovava a Dresda su invito della locale scuola tecnica. Allorché Benito ottiene di incontrarlo, gli appare un uomo senza dignità, che frigna per farsi tirare al più presto fuori dei guai. Anche perché tutti, ma proprio tutti gli indizi portano a lui. Non ultimo una camicia bianca di alta sartoria rinvenuta sul luogo del delitto: tagliata su misura e sventuratamente monogrammata con le sue iniziali.
Il vero mistero da svelare nel secondo racconto dei Delitti di regime, «La strategia del granchio», è invece in che cosa consista il mestiere di granchiaio. Il racconto è firmato da Enrico Solito e ci trascina nel maggio del 1898, l’anno delle fucilate di Bava Beccaris. Esplose non solo a Milano, ma anche a Firenze. Perennemente trincerato dietro un sigaro toscano, Terenzio Morosini è il miglior penalista della città. Una mattina è svegliato dall’onorevole Pescetti, uno dei primi socialisti a varcare la soglia della camera dei deputati. A Sesto Fiorentino è successo qualcosa di grave. Durante i tumulti seguiti all’imposizione della tassa sul macinato, i fucilieri del re hanno sparato sulla folla lasciando sul selciato quattro morti, colpiti alla schiena o alla nuca. Sembrerebbe un episodio pubblico di repressione violenta, ma circa tre mesi dopo un granchiaio, nel corso delle sue perlustrazioni, scopre il cadavere di un uomo. La vittima è Settimio Bianchi, una spia dei padroni. Ancora non è finita: quando il giorno dopo i carabinieri, stupiti che la moglie del Bianchi non si presenti in caserma, vanno a cercarla, trovano la porta sbarrata. Per entrare in casa devono chiamare i muratori e svellere la grata della finestra. Dentro c’è la donna, morta, con la bocca piena di laudano, ma il suicidio è una montatura: il medico accerta che qualcuno l’ha uccisa colpendola alla testa. Siamo insomma di fronte al classico omicidio nella camera chiusa, come nei Delitti della Rue Morgue di Poe o nel Mistero della camera gialla di Léroux. Come avrà fatto l'assassino a fuggire, visto che persino la stanga dell’uscio era al suo posto? Meglio non svelarlo; meglio svelare l’altro enigma, cui accennavamo poc’anzi.
Ebbene: il granchiaio percorreva un tempo gli argini dei canali. Appena scorgeva un buco delle giuste dimensioni ne allargava l’apertura con un grosso coltello ricurvo, il «falcione», e catturava i granchi. Ma non li portava al mercato. Li portava a casa per metterli nei «coccini», tazze di circa dieci centimetri di diametro piene d’acqua. Bisognava infatti aspettare che gli animaletti «mutassero corazza». Solo allora erano teneri. Prima della muta nessuno li avrebbe comprati. Immaginate dunque una casa poverissima posta ai margini della città, e in essa una stanza scura che emana «un odore selvaggio». Sulla parete in fondo, impilati, riposano migliaia di coccini, l’ultimo dei quali fermato con una pietra, sennò il granchio scappa. E accanto qualcuno (una bambina, un vecchio) che spia l’attimo magico del cambio di corazza, per metterli da parte e poterli finalmente vendere. Cosa aggiungere? Oggi che l’enogastronomia svolge il ruolo di prima philosophia, e i rettori fremono perché ad inaugurare l’anno accademico sia la lectio magistralis di un cuoco, siamo molto grati ad Enrico Solito per non averci propinato un finale mangereccio, tovaglioloni al collo e zuppa di granchio in tavola.