Quando la storia non diventa mito

Ritorna l’11 settembre con qualcosa in più rispetto all’anno passato: il romanzo. Grandi scrittori hanno pubblicato storie su quella data cruciale della nostra Storia. Avevamo potuto leggere cronache impressionanti sull’attacco dei terroristi islamici agli Stati Uniti, libri di interviste ai sopravvissuti e a coloro che hanno partecipato al dramma della distruzione delle Torri Gemelle. Un numero non indifferente di saggi ha cercato di interpretare lo scontro politico e religioso tra l’Occidente democratico e il Medio Oriente delle teocrazie islamiche. In questa nuova biblioteca che affronta un periodo cruciale della nostra Storia mancavano i romanzi.
Un grande romanzo trasforma l’aspetto cronachistico di un episodio, più o meno rilevante, in una raffigurazione simbolica della coscienza popolare. In questa capacità di trasfigurare un fatto in un simbolo dell’avventura umana si trova la bravura del narratore e la bellezza del suo romanzo. È sempre stato così dall’Iliade a Via col vento, dall’Orlando furioso a Guerra e pace, da Don Chisciotte ai Miserabili.
Dunque, scrittori affermati hanno pubblicato quest’anno romanzi sull’11 settembre: Updike, McIrnery, Foer, McEwan, prendendo lo spunto dai tragici avvenimenti di quel settembre, hanno immaginato storie, hanno descritto personaggi, situazioni caratteristiche... Insomma quegli ambienti, vicende e psicologie necessari per costruire un romanzo.
Nessun libro di questi scrittori è stato salvato dalla critica.
È fin troppo semplice affermare che oggi la critica si muove per bande, il cui obiettivo non è parlare di un libro, ma distruggere o osannare il suo autore, indipendentemente dal valore del suo lavoro. Tuttavia, nel caso delle critiche ai romanzieri sopra ricordati, non c’è palese partigianeria o animosità ma una concorde sottolineatura del carattere non «romanzesco» dei loro romanzi.
Mi sembra un giudizio interessante perché dimostra come la drammaticità dell’11 settembre non sia ancora entrata nella coscienza, nella profondità dell’anima della gente, nonostante il gran parlarne e la copiosa messe di saggi sull’argomento.
Infatti, è proprio il romanzo la spia che segnala il tipo di rapporto che intercorre tra un avvenimento e la reale comprensione che di esso ha la gente. Nella sostanza, le critiche ad Updike e ai suoi celebri colleghi sostengono che nei loro libri ci si ferma alla cronaca senza riuscire a compiere il passaggio in cui il resoconto di una vicenda si trasforma in narrazione romanzesca. C’è chi sostiene che questo passaggio non può ancora avvenire perché è trascorso troppo poco tempo da quell’11 settembre di cinque anni fa, e la sua drammaticità cronachistica non si è ancora sedimentata e placata. Ma non credo sia una considerazione giusta.
Prendiamo come esempio la Resistenza e l’immediata stagione del neorealismo letterario italiano. I romanzi di Cassola, di Bassani, di Pratolini e di altri ancora prendevano spunto da vicende più o meno vere della guerra civile per sviluppare una narrazione (che poteva piacere o non piacere) tipica e specifica del genere romanzesco, e cioè al di là della cronaca o della riflessione saggistica. Si raggiungeva questo risultato perché in quei libri i fatti si trasfiguravano in significati, simboli e metafore condivisi dalla coscienza popolare. I fatti del periodo resistenziale erano diventati miti: il mito del partigiano che lotta contro la tirannia, il mito della guerra per la libertà contro la barbarie, il mito dell’aguzzino nazifascista, ecc., ecc.
Un romanzo, anche il più modesto, si basa su un mito, che riassume simbolicamente il modo in cui la coscienza popolare attribuisce un significato ben consolidato (positivo o negativo che sia) a un avvenimento della Storia. I romanzi di Updike e degli altri scrittori ricordati non possiedono questo necessario ed essenziale fondamento mitico. Perché? Perché la coscienza americana non ha ancora compreso il significato dell’11 settembre, si interroga sulle cause e interpreta i fatti, non li mitizza, cosa che invece, per esempio, è accaduta con la guerra nel Vietnam. E quei romanzi falliti, molto meglio degli innumerevoli saggi pubblicati e degli infiniti articoli di giornale, sono lì a testimoniare come gli americani, e con loro tutta l’Europa, non abbiano ancora capito il significato profondo di ciò che è accaduto l’11 settembre 2001.