Quando la storia riletta non piace alla sinistra

I casi di Giuseppe Parlato e Giampaolo Pansa, «colpevoli» di riscoprire la Repubblica Sociale

Ventennio, vittoria, vendetta. Non c’è verso. Il fattore «V» continua ad avvelenare gli studi storici sul periodo più tormentato del Novecento italiano. Ogni volta che una ricerca, una ricostruzione, un’inchiesta investe fascismo e dintorni, puntuale scoppia la polemica. Soprattutto se le tesi di fondo o le documentazioni rinvenute non s’innestano docilmente nella linea della vulgata. E poi, subito dopo il fattore «V», ecco il fattore «R»: come resistenza e revisionismo. Accusa infamante, quest’ultima, da lavare non più con il sangue, per fortuna, ma con l’inchiostro.
L’ultimo caso in ordine di tempo è quello che vede coinvolto Pietro Ciabattini, autore del libro Il Duce, il re e il loro 25 luglio (ed. Lo Scarabeo). Ciabattini, ex repubblichino, nel suo volume sostiene che Mussolini avrebbe concordato con Vittorio Emanuele III la sua «uscita di scena» dopo il 25 luglio del ’43. Comune e Provincia di Firenze non hanno gradito la partecipazione del libro al «Premio Firenze», al quale Ciabattini ha «regolarmente» concorso aggiudicandosi peraltro il fiorino d’argento, tanto che il sindaco Leonardo Domenici ha deciso di togliere il patrocinio al premio.
Una storia «che puzza di vecchio», secondo Giampaolo Pansa, suo malgrado esperto in vicende come questa. «Il sindaco Domenici - ha aggiunto il giornalista e scrittore - avrebbe dovuto dire: sono mille miglia lontano dalle idee di Ciabattini, ma rispetto la decisione di premiarlo. Così avrebbe fatto una bella figura. Invece ha ceduto alle pressioni della sinistra intollerante e ha fatto una pessima figura».
Sempre in tema di repubblichini, da ricordare anche il «rumore» causato dal volume Fascisti dopo Mussolini, di Giuseppe Parlato. Allievo di Renzo De Felice, Parlato ha sostenuto, in una recente intervista al Giornale, che ci fu una «convergenza di interessi con gli Alleati in chiave anticomunista» da parte degli orfani del Duce nel biennio ’46-47. Non solo, secondo lo storico, proprio il «nemico» Togliatti avrebbe guardato con estrema attenzione (se non con invidia...) alle strutture organizzative degli uomini della Repubblica Sociale nella speranza di “innestarle” in qualche modo sul corpo, vasto ma dispersivo, dei compagni.
Tornando a Pansa, occorre sottolineare le accuse di revisionismo (quando non di oscurantismo) che gli sono state rivolte da più parti a causa dei suoi lavori dedicati all’epoca fascista, soprattutto all’autunno del Ventennio. Ricordiamoli, allora, questi libri tutti editi da Sperling & Kupfer e prontamente «messi all’Indice».
I figli dell’Aquila (2002) narra le vicende di Bruno A., uno studente di Parma scaraventato nel mattatoio della guerra civile, seguendo, giorno dopo giorno, il suo viaggio dentro l’incendio italiano. Il sangue dei vinti. Quello che accadde in Italia dopo il 25 aprile (2003) indaga nelle pieghe di episodi e circostanze che videro migliaia di italiani vittime delle persecuzioni e delle vendette di partigiani e antifascisti. Sconosciuto 1945 (2005) torna sulle vendette del dopo 25 aprile. Infine La grande bugia (2006) è il diario delle esperienze di Pansa come autore di ricerche sulla guerra interna. C’è la sua risposta alle stroncature più acide. E infine la ricostruzione di vicende accadute ad autori osteggiati da coloro che uno storico pure avverso ai libri di Pansa ha definito i Guardiani del Faro Resistenziale.