Quando il talento arriva dalla Sicilia sull’onda del soul

È stato uno dei fenomeni dell’anno. Chi avrebbe pensato che dietro quella voce scura, torbata, potente e prepotente (un po’ alla Barry White) ci fosse il siciliano Mario Biondi, oltre 100mila copie vendute (e vetta delle classifiche) con l’album Handful of Soul. Un anno meraviglioso per Biondi, che ha duettato al festival di Sanremo con Amalia Gré, il quinto figlio appena nato e una riuscitissima tournée estiva, insieme alla Duke orchestra, che stasera approda al Festival di Villa Arconati. «Le strade del successo sono strane e infinite - racconta Biondi - se penso che nel 2004 mi inventato un progetto musicale che lanciai con lo pseudonimo di Was A Bee. Incisi un pezzo lanciandolo sul mercato orientale. Era un brano soul dance che divenne un successone in Inghilterra dove entrò in classifica e fu uno dei pezzi più trasmessi dalle radio». Ironia della sorte, quella canzone è ancora in pista, si intitola - come allora - This Is What You Are ma ora (anche grazie alla benedizione di Fiorello) è un tormentone che vi sarà capitato di ascoltare almeno una volta. È una delle frecce all’arco del cantautore pop-soul-dance che potrebbe diventare il «negro bianco» (come definivano Fausto Leali) del nuovo millennio. Biondi però è molto più «nero» rispetto a Leali. «I miei amori sono Otis Redding, Bill Withers, Michael Mc Donald e lo splendido sound di Booker T. e dei suoi MG’s». Gusti strani per uno nato e cresciuto in Sicilia... «Sì, ho fatto fatica e sono stato persino osteggiato per il mio modo sporco di cantare rispetto alla melodia italiana. I rudimenti li ho imparati in casa: mia nonna era una cantante lirica ai tempi dell’Eiar, il suo nome d’arte era Tina Adinolfi. Papà, Stefano Biondi, era cantautore, ha partecipato spesso al Disco per l’Estate e scritto canzoni per Nico e i gabbiani, Christian ecc».
Poi nel 1988, a 17 anni, s’è buttato nel mondo della canzone. «Cantavo sette sere su sette al Tout di Taormina. Finivo la stagione stremato ma ricordo con gioia quella dura gavetta che mi ha formato. Cantavo le cose che piacevano a me, pezzi di Withers, dei Commodores, di Billy Joel ma il pubblico voleva anche pezzi di Zarrillo. Lì ho incontrato Bongusto, Califano, Di Capri e persino Ray Charles». Che sarà un altro dei suoi miti. «Si, ma l’ho capito troppo tardi. Quando aprii il suo show ero troppo giovane. Lo accompagnarono sul palco, lui attaccò I Can’t Stop Loving You... Ho avvertito qualcosa di incredibile ma non capivo cosa, era lontano dalla mia cultura. Solo dopo ho capito la sua influenza».
Lui non è uno che si monta la testa, vola basso e continua il suo lavoro, anche se a Strà duetterà con la regina Dionne Warwick e qualcuno ha paragonato la sua Gig a un brano di Cole Porter. «Io ringrazio e porto a casa. Sono curioso di esibirmi con Dionne Warwick; per quanto riguarda Gig nasce da una melodia italianissima: ha un giro armonico che mi piace molto e un grande senso dello swing».
Villa Arconati
ore 21.30, 25/30 euro
(per info 800474747)