"Quando Tonino voleva De Niro per un film sulla sua vita"

Le rivelazioni della ex del produttore, Mara Meis: "Si informò pure sul nome di un bravo sceneggiatore". Cecchi Gori era d'accordo: "Per te ci vuole un grande attore". E sui guai giudiziari l'ex pm lo confortava: "Non pensarci, devi fare cinema"

Gian Marco Chiocci - Massimo Malpica

Mara Meis, oltre a essere l’ex fidanzata di Vittorio Cecchi Gori e donna di spettacolo, lei è anche una testimone preziosa nel processo di Perugia…
«Sì, sono stata ascoltata dai magistrati. Ma non posso dire molto».

Un’informativa della guardia di finanza si sofferma su una cena a casa di Vittorio Cecchi Gori con l’allora ministro Antonio Di Pietro, l'avvocato Scicchitano, difensore di entrambi…
«La cena... ».

Se la ricorda?
«Sì. Eravamo a casa, a Palazzo Borghese a Roma. Ricordo che venne Antonio Di Pietro, l'avvocato Scicchitano, e poi c’era una donna con Di Pietro della quale non faccio il nome per una questione di privacy. Una signora gradevole, che Antonio ci presentò come sua amica, che non faceva parte né del mondo politico né di quello dello spettacolo. Di certo non era Ela Weber, di cui ho letto della storia che c’era tra loro su certi giornali scandalistici».

Perché la finanza avrebbe prestato tanta attenzione a questo incontro?
«Non chiedetelo a me. Era più una cena tra amici che un incontro istituzionale. Per parlare di cinema, visto che Vittorio è uno che in queste occasioni parla sempre lui, tanto che si è discusso non di cose pesanti ma piuttosto di arte, cose di cui si parla a cena per non pensare ai drammi della vita. Peraltro essendo stato Vittorio senatore, oltre a fare cinema, aveva molte conoscenze politiche, e Di Pietro era fra queste. Ora sì che mi viene in mente una chicca... ».

Dica.
«Proprio quella sera Di Pietro ha parlato del fatto che aveva desiderio di fare un film sulla sua vita. E voleva che qualcuno lo scrivesse bene, perché - spiegava - “deve comunque cogliere tutte quelle che sono state le varie fasi della mia vita”. Quindi per essere scritte e messe su una sceneggiatura voleva avere un nome di un professionista. Era anche disposto a fornire lui le notizie, e chiese a Vittorio se conosceva qualche sceneggiatore che potesse aiutarlo. Aveva questo desiderio, a cena ne parlò: “Per fare un film sulla mia vita - disse - vorrei trovare la persona giusta che sappia scrivere i fatti, e magari ci parlo prima pure un attimo”... ».

Non saltò fuori qualche idea sull’attore a cui affidare il ruolo del fustigatore di Mani pulite?
«Sì, certo, se ne discusse. Ma non si presero decisioni all’istante, e a pensarci bene non è che ci fossero tantissimi attori adatti al personaggio. Diciamo che il discorso era orientato sullo stile Robert De Niro, magari proprio uno straniero. Comunque era solo un primo approccio, voleva capire da un grande del cinema, come Vittorio, se era una cosa fattibile».

E Cecchi Gori era interessato?
«Come no. Disse: “Hai ragione Tonino, un film sulla tua vita deve essere un grande film... ”».

E il progetto andò avanti?
«Non lo so. Vittorio in quel momento aveva altri pensieri. Voleva tornare a fare cinema ma aveva da risolvere tantissime questioni. Stiamo parlando del dicembre 2006, c’era appena stato il fallimento della FinMavi (finanziaria del gruppo Cecchi Gori), e c’erano altri problemi giudiziari cui far fronte. Queste cene erano proprio un modo per non pensarci. Cene con amici, Di Pietro era un amico. Antonio gli disse: “Non pensare ai problemi, devi fare cinema, devi farci vincere l’Oscar”».

Sa niente di quella storia dei locali della Galleria Borghese da destinare all’Italia dei valori?
«So che Vittorio era vicino politicamente a Di Pietro. Diceva: “Se mi devo ricandidare lo faccio con Di Pietro, mi trovo con lui, con quello che dice”. E Di Pietro era anche disposto a candidarlo, ma poi sono arrivati troppi problemi, c’è stato un precipitare di eventi, Vittorio era stanco. E non ne ha voluto più sapere».