«Quando trasformai i giocatori in pompieri»

Dato che Il Giornale sta dando spazio a vicende calcistiche delle squadre cittadine, con polemiche ma anche, riportando alla luce, vicende di tempi lontani, vorrei narrare di un episodio vissuto in prima persona. È una specie di quelle che - in gergo cinematografico - si chiamano «flash-back». È di un’epoca, ormai, molto lontana e solo gli anziani potranno ricordarsi dei fatti e persone di allora. Dunque: siamo nell’anno 1943 (quarto anno di guerra) e, nonostante bombardamenti e miseria, si continua a giocare, imperterrito, il campionato di calcio, 1942/43. «Panem et circenses», dicevano gli antichi romani. Il pane scarseggiava ma, quale soporifero per il fronte interno martoriato, i «ludi» non erano stati aboliti. Era proibito, in austerità, ballare ma alla partita di calcio si poteva adire. Cioè, vi si recavano quelli che «erano a casa», le generazioni giovani erano in altri siti, in divisa. Per questa necessaria bisogna, gli atleti delle squadre più importanti, all’inizio del conflitto, erano stati debitamente esonerati dalla chiamata alle armi, così come gli studenti universitari. Giunto l’anno sopra citato (1943), qualcuno, lassù al Governo ritenne che l’«epoca della cuccagna» avesse a finire.
Così mentre gli studenti vennero chiamati alle armi, dopo anni di tranquilla «pacchia» (ma, togliendo loro quel privilegio furono definiti volontari alla faccia dei veri volontari che, molto prima, ai privilegi avevano per elezione rinunciato), anche i «preziosi» atleti, furono infilati dentro ad una divisa. Ma il campionato doveva continuare e finire. Ed allora? Salvata la faccia, si addivenne ad un opportunistico compromesso. Si crearono i cosiddetti «reparti atleti», stanziati ben vicino a dove gli stessi potessero continuare la loro attività sportiva. Ma nessun pericolo che fossero inviati al fronte. Nemmeno che fossero impiegati in esercitazioni. Diedero loro la divisa, ma, non credo, un fucile. Questi reparti, aggregati ad unità maggiori locali, vedevano i componenti presentarsi sporadicamente facendo solo «atti di presenza». Mi trovavo allora ufficiale in forza ad un battaglione arroccato lungo le riviere con funzioni di difesa «anti-sbarco». Per motivi di avvicendamento, avevo lasciato, da poco, il comando di un «settore difensivo» e, mi trovavo «a diposizione» al Comando del Battaglione stesso. E qua entrai in contatto con «Reparto atleti» della zona a noi assegnato in forza.
Era composto di atleti di varie discipline: ciclisti, pugili, ma, soprattutto, calciatori delle tre squadre cittadine di allora che erano il «Genova 1893» (il regime fascista aveva abolito l’«obbrobbriosa» parola inglese «Genoa») la Sampierdarenese squadra ponentina dalla maglia bianca con striscia orizzontale a metà vita, rossa e nera con davanti lo stemma crociato di Genova, e l’Andrea Doria, dalla maglia bianca e azzurra. Da queste ultime due, come è noto, dopo la guerra nacque l’attuale Sampdoria. Vi erano giocatori assai noti. Ricordo, dei rossoblù, il terzino Marchi (già dell’Ambrosiana milanese, così ribattezzata, cancellando il nome di Internazionale). Un ragazzone alto e prestante, baldo e fiero in campo, timido e, quasi introverso, a conoscerlo da vicino. Il piccolo Sotgiu, ala sinistra sarda, lo «beccava» continuamente con scherzi mandandolo su tutte le furie. Bertoni, centroavanti, era simpatico cordiale, il portiere Sain, detto «Tenaggia» faceva coppia con Amoretti, portiere pure lui ma della «Doria»...
Comandava la squadra un sergente dal nome di tutto rispetto: Allasio, centro-mediano (allora esisteva questo ruolo) proveniente dal Torino e padre della futura diva del cinema, Marisa. Poi, molti altri che non ricordo.
L’Allasio era persona evoluta, colta, di forte personalità. Mi regalava un biglietto per la partita domenicale. Ovviamente, per la Tribuna. Tutta questa banda capitava al Comando e si soffermava per qualche ora nei giorni ben distanti dagli allenamenti, dal sabato e a lunedì. Venivano atticciati in divise rettificate da mani esperte di sarti e che non avrebbero consumato mai. Si sedevano nel salone a fumare e scherzare. Si parlava della partita fatta e di quella a venire.
Ed un giorno, ne combinai loro una che non si aspettavano certo. Ero, in quel momento, l’unico ufficiale presente. Dal comando difesa mi venne, telefonicamente, un preciso ordine. Era scoppiato un incendio nei boschi a monte di Cornigliano. Dovevo, immediatamente (essendo il comando più vicino) inviare sulle alture, una squadra di soldati, per dare aiuto ai pochi pompieri disponibili. Ma dove me li potevo racimolare gli uomini? Qua al mio comando, alcuni «scritturali» in più il mio «attendente»? Non potevo distrarre altri impegnati nei servizi di guardia... Ed allora, ebbi un’idea luninosa.
Chiamai il sergente Allasio e gli passai un preciso ordine: «Raduna la tua squadra e, valendovi, del camion del Comando che è qua fuori, andate su alle alture di Cornigliano a dare una mano ai pompieri che stanno lottando con un incendio nei boschi. Mi guardò dubbioso: «Ma noi, non siamo esonerati dai vari servizi?» «Certo - gli feci -. Ma questo è un caso di emergenza ... Chi ci mando? Non ho uomini. Voi che non fate un bel niente tutto il giorno, mi siete proprio capitati “a fagiolo”». Lui fece un poco i musi, poi rivolgendosi ai suoi, così li interpellò: «Ragazzi, oggi ci è andata male, ci hanno promossi pompieri...». Spiegata la necessità si levò un coro di proteste. Alzai la voce: «Vergognatevi! Pensate a chi sta combattendo sui vari fronti. Via, di corsa! È un ordine!». Partirono per la missione ma, nei giorni successivi mi tennero un poco il broncio. Il Colonnello, come lo seppe, approvò ridendo questa mia iniziativa.