Quando tuonava in tv contro sprechi e abusi

da Roma

Da difensore dei consumatori a moltiplicatore di poltrone. Piero Marrazzo, giornalista, ex conduttore di «Mi manda Rai Tre», 47 anni il prossimo 29 luglio, da quando è stato eletto presidente della Regione Lazio ha deciso di applicare anche a se stesso lo slogan coniato per la sua campagna elettorale: la «discontinuità» con il passato.
Doveva essere solo un modo per rimarcare il nuovo corso nel governo della Regione, per segnare il cambiamento rispetto alla giunta di Francesco Storace. Ma mentre il suo «new deal» politico brilla per la proliferazione di assessori, consulenti esterni e commissioni permanenti e speciali, il taglio netto Marrazzo sembra averlo applicato alla sua vita precedente.
Come giornalista «di servizio», il telegenico mezzobusto si era fatto apprezzare anche come moderatore intriso di spirito bipartisan in tavole rotonde e convegni in mezza Italia. Accettando persino un invito, ovviamente retribuito, del suo futuro rivale Storace. Ma una volta smessi i panni di teledifensore dei diritti dei più deboli per indossare quelli di politico, ecco le bordate ad alzo zero contro il presunto «malgoverno delle destre» e i suoi sprechi, che forse, chissà, includevano il cachet da lui stesso incassato pochi mesi prima.
E persino il giornalismo, che lui stesso sul suo sito internet definisce «la mia vita», nonostante i 20 anni passati in Rai sembra ormai una passione un po’ appannata: da quando Marrazzo è arrivato alla guida della Regione, infatti, i malcapitati addetti stampa dei gruppi consiliari si sono visti svanire sotto il naso il riconoscimento del rapporto di lavoro giornalistico, garantito durante il mandato di Storace. Insomma, gli ex «colleghi» del presidente degradati dall’oggi al domani a generici «addetti alla comunicazione»: roba da non convocarlo più nella nazionale giornalisti.