Quando il turismo era un piacere

È possibile muoversi in massa senza distruggere? Una domanda provocatoria, ma non troppo...

Premessa: quello che è scritto qui di seguito è del tutto opinabile, anzi è del tutto scorretto. È spirito reazionario, egoismo sociale, snobismo culturale. Perciò prima di illustrare le tesi che seguono, chi scrive chiede debitamente scusa: chiede scusa ai tour operator, chiede scusa alle navi da crociera, chiede scusa ai villaggi turistici, ai promotori di porticcioli per imbarcazioni da diporto. Chiede scusa alle guide che brandiscono l’ombrello, agli autisti di torpedoni che vomitano brava gente intontita da piazzale Roma (Venezia) a San Gimignano, agli organizzatori di inclusive tours, alle trattorie che espongono il «menu turistico», ai venditori di cappelli da gondoliere, ceramiche, carrettini siciliani, buccheri, conchiglie, finte balestre e spade da torero.
Chiede scusa ai promotori di impianti di risalita che si gloriano di portare 30mila sciatori l’ora sulle nevi di Madonna di Campiglio o Cortina o località consimili con seggiovie a sei posti. Chiede scusa ai responsabili di dépliant a colori dove famigliole biondocrinite sguazzano giulive nella stessa piscina da Travemünde a Tamanrasset. Chiede scusa ai giornalisti che descrivono «l’ultimo paradiso», già coperto di cemento nel tempo in cui il periodico è andato in stampa, mentre la «spiaggia ancora incontaminata» si è già riempita di lattine.
Chiede scusa perché si rende perfettamente conto che il turismo è un’industria, un business, rende in termini di occupazione e ogni qual volta, in qualsiasi parte del mondo, si registri per avvenimenti imprevisti - inondazioni, attentati, terremoti -, un suo calo, si levano grida di cocente dolore. E sa benissimo che ogni località - d’Italia o del mondo - dove esista ancora una scogliera, una pineta, una laguna, un gruzzolo di case di pietra, già sogna e progetta lo «sviluppo turistico». E ogni amministratore, assessore, ristoratore, albergatore, commerciante - d’Italia o del mondo - già mette in azione la calcolatrice.
E hanno ragione. Perché il turismo di massa è il miraggio luminoso al quale tutto si sacrifica, e il turista trasportato intorno al pianeta come un pacco celere è il re di un regno artificiale esemplificato dal titolo del film di Mel Stuart Se è martedì deve essere il Belgio. Per accogliere i turisti, tanti turisti, si sconciano le sponde del lago di Misurina (sono esempi a caso) per fare parcheggi, mentre a Sabaudia c’è chi vorrebbe trasformare un altro lago in un porto (turistico), in Sardegna una scogliera rosa è stata distrutta per fare un insediamento (turistico) e, dovendo vendere il prodotto a turisti tedeschi che chiedevano dov’era la spiaggia, gliene hanno celermente fatta una: artificiale, coprendo di sabbia un parcheggio a venti metri sopra il mare. E molto, molto distante, sull’isola di Socotra, prezioso scrigno di biodiversità davanti alle coste meridionali dello Yemen, già si calcola quanti turisti potranno arrivare con il nuovo aeroporto. Socotra, addio.
L’obiezione è prevedibile: dove vuole andare a parare il nemico del turismo di massa? Pretende di riservare spiagge tropicali, oasi subsahariane, picchi andini, fiordi norvegesi solo a pochi privilegiati? No, non è questo il discorso. Se il senso del viaggio è ricerca e confronto, allora la pianificazione dell’inclusive tour è la morte del viaggio. Molti artisti in mostra al Mart di Rovereto, di cui si parla in questa pagina, ironizzano proprio sulla Disneyland turistica che sta cancellando in ogni parte del mondo luoghi un tempo orgogliosi della propria unicità.
E non occorre citare ancora una volta i grandi viaggiatori - da Paul Morand a Bruce Chatwin, da Freya Stark a Ella Maillart - per ricordare che il viaggio è una sfida contro le convenzioni, è un’ansia di ricerca, un’emozione di fronte a ciò che è sconosciuto, un’accettazione del rischio, un tentativo di capire chi parla lingue diverse e ha diversi occhi. Esperienze che sono precluse (e lo saranno sempre di più) a chi pretende il «pacchetto viaggio più soggiorno più escursione guidata sul cammello», per non parlare della dignità offesa dell’antico animale, coperto di fiocchetti colorati.
Ci sono luoghi del mondo dove non possiamo andare tutti e nello stesso periodo. Perché il loro fragile equilibrio ne uscirebbe distrutto. Distrutto per tutti. Ho incontrato anni fa un valente assessore che voleva portare i voli charter sull’isola di Pantelleria. E magari era convinto di fare il bene della propria terra e della propria gente (oltre che il suo). Il sovrintendente del polo museale fiorentino Antonio Paolucci ha dichiarato tempo fa che, se il numero di passi umani che calpestano quotidianamente Firenze rimarrà costante, la città finirà letteralmente “consumata” dal turismo di massa.
Ci sono luoghi del mondo dove per andare bisognerebbe sostenere un esame di idoneità. Vi siete preparati a sufficienza o ne rimarrete annientati come i protagonisti di Un tè nel deserto di Paul Bowles?
Ci sono luoghi del mondo dove chi scrive sa che non andrà forse mai. Probabilmente non salirà mai a Macchu Picchu sui versi di Neruda «Sube a nacer conmigo, hermano». Ma non pretende che questi luoghi siano “accomodati” a suo piacimento per un agevole turismo. Viaggiare talvolta può significare semplicemente sognare l’ailleur, l’altrove dove non andremo mai. E piuttosto che distruggere, è meglio sognare (chiedendo scusa alle agenzie turistiche).