Quando il Vaticano lo spiò nel confessionale

Benedetto XVI ha presentato ieri San Pio da Pietrelcina come un esempio di messa ben celebrata. Ma Padre Pio, cappuccino dal carattere sanguigno e poco avvezzo ai compromessi, sacerdote vessato dal demonio, mistico che riviveva nelle sue stimmate la Passione di Cristo, è stato anche e soprattutto un esempio di obbedienza. Il suo rapporto con la Chiesa istituzionale non è stato facile. Due i periodi bui che il futuro santo dovette affrontare. Il primo è quello compreso tra il 1922 e il 1931: il Papa è Pio XI. Contro Padre Pio e l’autenticità delle sue stimmate si scaglia un altro francescano famoso, padre Agostino Gemelli, il fondatore dell’Università cattolica. Il Sant’uffizio obbliga il frate del Gargano a non avere più contatti con i fedeli. Ma l’attacco più duro è quello che Padre Pio subisce sotto Giovanni XXIII, quando dal Vaticano viene affidata all’arcivescovo Carlo Maccari un’inchiesta su quanto accade a San Giovanni Rotondo. Un confratello di Padre Pio arriverà a mettere dei microfoni nel suo confessionale per registrare i suoi dialoghi con le donne. Con Paolo VI la situazione migliora. Ma determinante, per il processo di canonizzazione del frate, sarà Giovanni Paolo II, che aveva incontrato Padre Pio quando era ancora un giovane sacerdote polacco. Wojtyla conosce bene direttamente la santità di Padre Pio: nel 1962 il frate, su sua richiesta, ha guarito un’amica del futuro Papa, madre di famiglia, da un grave tumore. Così nel 1983, con la spinta di Giovanni Paolo II la causa viene avviata. Wojtyla celebrerà la sua beatificazione il 2 maggio 1999 e la sua santificazione il 16 giugno 2002.