Quando Veltroni dava lezioni di utopia

Nel 2006 l’allora sindaco di Roma tenne una lezione sul senso della politica. Ecco che cosa ne è rimasto due anni dopo. Il cammino dei “democrat” sembra essersi già fermato, senza neanche una precisa collocazione del partito a livello europeo

Roma - “A che serve l’utopia? A questo serve: a camminare”. Solo che poi arriva un alleato qualunque, e i piedi si fanno di piombo. Walter Veltroni aveva avvertito i giornalisti, era il 12 dicembre 2006 e lui tenne una lezione all’Auditorium Parco della Musica di Roma dal titolo: “Che cos’è la politica?”. “Non cercate quello che non c’è”, aveva esortato i cronisti il non ancora segretario del partito democratico.

Ma adesso che, due anni dopo, il Pd è nella bufera di una Tangentopoli di ritorno, è troppo forte la tentazione di vedere quanto di quell’ideale di politica l’ex sindaco di Roma sia riuscito a realizzare. Poco o nulla, si direbbe, sarà perché, per citare un Che Guevara che invece Veltroni non cita mai, “se si sogna soli è solo un sogno”. Si chiudeva così, la lezione: “Abbiamo bisogno di stare con i piedi ben piantati in terra, e insieme di tornare a sognare, anche quel che sembra impossibile, irraggiungibile. Quel che sembra utopia”. Poi quelle parole di Eduardo Galeano, l’incessante cammino per raggiungere un orizzonte che sempre si allontana.

Vallo a dire al resto Pd, che, come scandiva Veltroni qualche attimo prima, “nessun programma politico può avanzare solo perché ragionevole ed efficace. Ha bisogno di essere alimentato dalla passione, di essere accompagnato da una visione, di indicare un cammino”. Il cammino dei “democrat” s’è già fermato, e proprio perché manca una visione. Quella del futuro, ché gli ex ds e gli ex dl a loro volta ex Pci ed ex Dc continuano a guardare al passato e neppure sulla collocazione in sede europea riescono a vedere un orizzonte comune. E quella d’insieme, ché le varie anime preferiscono contendersi il timone piuttosto che ammainare insieme la vela. Alla faccia della via indicata da Veltroni, là dove le vecchie logiche hanno già seppellito il «partito del nuovo millennio».

La politica vera è quella che non teme scelte impopolari, avvertiva nel 2006 l’allora sindaco della Capitale, perché la sua missione è “dare un senso al presente pensando al futuro”, non quella di “restare appiattita sull’immediato”, prigioniera dei “sondaggi”, perché è l’“arte regia” di Platone, non “una disciplina del marketing”. Grandioso. Solo che poi speranzoso riunisci i dirigenti del tuo partito e loro che fanno? Te lo spezzettano in mille pezzi, il partito, e ti rinfacciano un’alleanza, quella con Di Pietro, che prima non hanno avuto la forza di contestare, ma che adesso è fin troppo facile condannare, altro che il veltroniano: «Voltiamo pagina. Gettiamoci alle spalle un modo di intendere i rapporti tra maggioranza e opposizione che non porta a nulla». Il rischio che paventava Veltroni, quella sera di dicembre, è già realtà: se si appiattisce sull’immediato, se vive “del farsi e disfarsi di veti e alleanze”, la politica “finisce per coltivare l’idea che il potere sia il fine e non il mezzo”.

Era stata una bella lezione, quella di Uòlter. Aveva proiettato tutti i suoi riferimenti, dall’I have a dream di Martin Luther King al non domandarti cosa l’America può fare per te ma cosa tu puoi fare per l’America di Robert Kennedy, fino al Bettino Craxi della difficile crisi di Sigonella, con quel suo lungimirante e deciso riaffermare la sovranità nazionale di fronte alle richieste degli Stati Uniti.

E soprattutto l’insegnamento della caduta del muro di Berlino, sotto le cui macerie restarono schiacciate le ideologie, “una gabbia che imprigionava pensiero e libertà e rendeva nemici gli avversari”, con l’insegnamento di Helmut Kohl: bisogna accettare “il rischio di dire le cose nel tempo giusto o prima che gli altri lo ritengano il tempo giusto”. Perché, avvertiva Veltroni: “La bella politica deve a volte sognare, e far sognare, ciò che sembra impossibile”. Sentiti applausi del pubblico pagante. Ma il cammino verso l’utopia s’è impantanato nel qui e ora dei veti. E delle correnti.