Quando una Vespa non è solo una Vespa

A volte ciò che viene prodotto in migliaia di esemplari è qualcosa di unico

Pensate a una Vespa. È un oggetto formato da una carrozzeria, un motore e due ruote. Per esempio, nel dizionario Zanichelli alla voce «Vespa», si legge: «Tipo di motorscooter con carrozzeria a scocca portante in lamiera d’acciaio e motori di cilindrata fra i 50 e i 200 cc». Definizione tecnica ineccepibile. Ma a nessuno di voi sarebbe venuto in mente questo, pensando a una Vespa. Qualcuno sarà andato con il pensiero alla famosa scena di Vacanze Romane dove Gregory Peck e Audrey Hepburn scorrazzano per la città con i capelli al vento e la principessa assapora l’ebbrezza della libertà e fuma la prima sigaretta. Altri avranno pensato a un fidanzatino del liceo, all’esame di maturità, a Nanni Moretti, a una gita al mare, al boom, all’Italia degli anni Sessanta.
Questo è quanto succede quando un oggetto incontra il design: perde le sue caratteristiche funzionali e diventa qualcos’altro. La Vespa non è più solo un motorino, perché di motorini ce ne sono centinaia di tipi, ma sfido chiunque e ricordarsene il nome. La Vespa, anche se ne sono state immatricolate centinaia di migliaia, è un oggetto unico perché evoca altre emozioni, stagioni, sensazioni. Che sono uniche anch’esse, ognuno ha le sue.
E questo è anche il motivo che sta alla base della nascita del museo della Triennale, ideato per rispondere alla domanda: cosa è il design italiano? Vespa e Lambretta e poi la macchina per scrivere Olivetti 22, la moka Bialetti, le sedie di Zanuso, le lampade di Castiglioni, la prima televisione portatile della Brionvega. Mettere insieme tutti questi oggetti era operazione rischiosa perché poteva diventare uno sfoggio di banalità, il solito pistolotto sul design italiano, la Milano capitale dei creativi e dei progettisti, la Milano degli studi e degli architetti. Tutto vero, ma non è solo questo. Se alla Triennale si fossero limitati a mettere in fila gli oggetti, sinceramente di questo Museo se ne poteva anche fare a meno. Si era spesso obiettato: che senso ha andare a vedere una macchinetta del caffè che usiamo tutte le mattine e che si può acquistare con pochi euro in un grande magazzino? Lo spiega la direttrice Silvana Annichiarico: «Al Louvre si va una volta, massimo due nella vita. La nostra ambizione, per non dire la nostra sfida, consiste nel far tornare il visitatore almeno ogni anno, se non addirittura più volte l’anno. Per questo abbiamo immaginato un museo dinamico, non statico».
Nel percorso disegnato da Italo Rota e Andrea Branzi, nei filmati realizzati da Peter Greenaway, Silvio Soldini, Davide Ferrario, Antonio Capuano, Pappi Corsicato e Ermanno Olmi, si capisce che ognuno di questi oggetti è qualcosa di unico anche se è riprodotto in migliaia di esemplari. Come dice Italo Rota, curatore dell’allestimento: «Olivetti, Lambretta, Vespa. Questi oggetti di design significano stili di vita desiderabili, standard di eccellenza nella qualità di vita e contesti molto speciali». Più provocatorio Peter Greenaway, il regista inglese che recentemente ha già collaborato al progetto per la riapertura della Reggia di Venaria Reale: «Riuscite a immaginare un film su Chicago senza una pistola, un telefono o un’automobile? Riuscite a immaginare un dramma di Shakespeare senza un teschio, un fioretto e un arazzo? Si può rappresentare l’Otello di Shakespeare senza il fazzoletto di Desdemona? Otello è ambientato a Venezia. Shakespeare ha ambientato i suoi drammi più belli in Italia. E si sa da dove venivano i gangster di Chicago. L’oggetto di scena, l’oggetto che crea azione, contesto, senso, scambio, stimolo immaginativo, desiderio, simbolo, metamorfosi. E negli ultimi cinquant’anni la maggior parte di questi oggetti, prodotti materiali, artefatti che creano senso, sensazioni e desiderio sono arrivati dall’Italia». Attraversando le sale del Museo della Triennale si ha la dimostrazione che cinema, design e moda sono davvero le nuove forme dell’arte. E che questi oggetti hanno un’anima, ma sono anche utili.
Al decano Ermanno Olmi è stata affidata la parte retrospettiva, dedicata agli oggetti che si trovano nelle case dei contadini e cioè la semplicità come razionalità spontanea. E lui lancia un monito: «L’utilità garantisce la bellezza dell’oggetto, ma la bellezza ne garantisce anche l’utilità?». Ci piacerebbe che i prossimi allestimenti rispondessero al quesito.