Quando Viola suonava la colonna sonora di papà

Torna «La bambina guardava» della primogenita di Papini. Una galleria di personaggi e aneddoti letterari

A Viola ch’entra in vent’anni aveva indirizzato Giovanni Papini una poesia che godette di una certa notorietà. Ma un po’ tutto quel che Papini faceva e scriveva, si sa, veniva allora considerato e censito. La lirica per la figlia, la maggiore, è del settembre 1927, e proprio a quella data e a quell’affettuosa occasione s’arresta il libriccino in cui Viola Papini (dal 1929 coniugata Paszkowski) fissava, attraverso una serie di episodi e personaggi la sua memoria del Babbo, sperando - si era sul finire del 1955 - che la malattia gli lasciasse da vivere abbastanza per farglielo toccare con mano, quello straordinario omaggio. Purtroppo La bambina guardava uscì (da Mondadori) solo qualche mese dopo la morte di Papini.
Sono circostanze richiamate da Gloria Manghetti, in appendice al reprint (Edizioni di Storia e Letteratura, pagg. 154, euro 16) di questa vivacissima carrellata rievocativa. Destinata a sviluppare una sua indole di scultrice e pittrice, non stupisce che in questi trentasei «quadri» Viola colga con bravura fisionomie e volumetrie, paesaggi e sagome umane: dalla scomoda prima dimora fiorentina di via de’ Bardi alla casa di campagna di Bulciano, dove tanta parte dell’opera di Papini fu pensata e scritta. Eguale perizia dimostra nelle «istantanee» che ritraggono gli amici del padre: ecco De Robertis «col suo viso appassionato alla Charles Boyer», «l’espressione» di «una sfinge illuminata da un maligno raggio giallo»; o Palazzeschi, nel quale «l’espressione del viso mielosa s’alternava in passaggi immediati di attenzione incantata, sospettosa ed aspra»... E via via tanti altri: come la moglie di Fernando Agnoletti, «in gramaglie, le mani e la testa scarnificata da sembrare una estatica morte secca»; o Armando Spadini, visitato nella sua inverosimile casa romana sulla Salaria, con sul retro «un gran pollaio, dove galli e galline facevano eterno schiamazzo» mandando fin dentro casa «zaffate nauseabonde di fermentazioni».
Viola scrive benissimo, in un toscano suggestivo: ha una capacità di sintesi forse o senza forse imparata alla scuola paterna. Il libro è condotto al vocativo, Giovanni Papini è il «tu» dedicatario, primo e unico lettore ideale di queste pagine. Dove non molto si riaffaccia del già divulgato nell’aneddotica letteraria, anche se, quando compaiono Prezzolini e, più, Soffici, è ovvio che ci sovvenga qualche brano dei foltissimi epistolari che la loro amicizia ha lasciato in dote al secolo ventesimo. Ciò non toglie che nella ricostruzione di Viola prenda un calore nuovo, ad esempio, il gesto di Soffici mentre affresca una delle stanze di Bulciano. E lo stesso dicasi per il flash della famosa, feroce e disperata, irruzione di Campana nella casa di via Colletta a Firenze, con lo scopo di farsi riconsegnare da Papini (per sua fortuna, assente) il manoscritto dei Canti Orfici.
Il Papini che la memoria filiale fa emergere anche a uso della posterità è al centro di scene di vita familiare quasi mai trascurabili. È il genitore che, non convertito ancora alla fede, tuttavia e dopo lunga titubanza assiste alla prima comunione delle figlie. Nella sua catinella, a Bulciano, le «cecche» ossia ghiandaie si tuffano senza paura; o gli bucano, indispettite, i fogli di libro o di giornale che lui cerca invano di leggere. Ed è lui che (nel dicembre 1921), tra comico e polemico, stende un bel mucchio di banconote, «da mille e da cento», «sul povero tappeto di cocco», invitando la sposa e le figlie a camminarvi sopra senza riguardo.
Sono trentamila lire, il ricavato dei suoi diritti d’autore all’estero. La Storia di Cristo si vende bene. La cronica indigenza è superata. Ma un che di asciutto, di scarno e severo rimane costante, implicito nell’immagine dell’adorato personaggio: è probabile che sia il suo indice di «toscanità». Una misura che altri - in quel rivolgimento e anzi travolgimento, spesso crudele, del gusto e delle idee che fra le sue vittime di spicco annovera Papini - giudica magari provinciale, angusta, iperdatata. A noi non sembra: e fra le pieghe stesse del libriccino di Viola, pur dettato e condizionato dalla piena degli affetti, si svelano elementi e motivi sostanziosi a favore di una personalità a suo modo carismatica. Insomma, non sarebbe giusto «salvarlo», Papini, solo sul tardi e per mera compassione di quella prolungata «agonia» che gl’ispirò le mirabili «schegge». E del resto, già in una lettera del ’24, che Viola qui riporta, aveva spiegato a un amico poeta, Marino Moretti, la «dolcezza del dolore».