Quando la vita era gossip e il gossip era così dolce

Un libro per rivivere gli splendori e le mediocrità di quella Roma che era davvero la mecca del cinema

Quando si parla del nostro Paese, La «Dolce vita» è tra le espressioni più usate per descrivere, anche in senso ironico e pungente, la propensione degli italiani a vivere spensieratamente. Ma, al di là della stereotipata immagine di una passerella di celebrità, sedute nei bar di via Veneto in compagnia di nuovi o vecchi amori, intente a bere e divertirsi fino a notte inoltrata sotto i flash di avidi paparazzi, in cosa consisteva realmente e come si è creata La Dolce vita, un fenomeno di costume diffusosi tra gli anni Cinquanta e Sessanta e che ha dato il nome ad un celebre film di Fellini?
La risposta è articolata e richiede un percorso a ritroso nel clima di quei tempi, come quello che propone Aurelio Magistà, in un libro intelligente: Dolce Vita Gossip; Star, amori, mondanità e kolossal negli anni d'oro di Cinecittà (Bruno Mondadori, pagg. 267, euro 35), impreziosito da un’abbondante documentazione fotografica.
Si può comprendere La Dolce vita - sostiene l’autore - solo alla luce dello sviluppo raggiunto da Cinecittà dovuto all’arrivo a Roma, per motivi in gran parte finanziari, di produttori ed attori americani. Nella capitale si cominciarono a girare colossal storici - Ben Hur, e Quo vadis - e film di successo come Vacanze romane.
La presenza di celebrità come Humphrey Bogart e Lauren Bacall, Kirk Douglas, Ava Gardner, Linda Christian, Elisabeth Taylor, Anthony Queen, Shelley Winters, Gregory Peck e Audrey Hepburn stimolò inoltre un nuovo modo di fare giornalismo sui periodici sorti allora - Epoca, Gente, La Settimana Incom, Le Ore, L’Europeo, L’Espresso, Oggi, Tempo - un giornalismo d’impronta americana - va ricordata una bravissima Oriana Fallaci allora agli esordi - basato su un’informazione leggera, agguerrita, portata a catturare l’attenzione del pubblico attraverso il gossip, il pettegolezzo, la notizia pruriginosa, la divulgazione di notizie sull’intimità della vita degli attori, dei loro amori, separazioni, peripezie mondane e relativo sottofondo erotico. Oggi siamo assuefatti alla morbosa curiosità di una certa stampa, ma allora si trattava di una redditizia novità.
Le copertine delle riviste dedicavano la loro attenzione soprattutto alle dive, all’avvenenza di Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Claudia Cardinale oltre che alla «bellezza irraggiungibile» di Audrey Hepburn, ad Anita Ekberg e alla sua stravagante vita mondana. Accanto a loro i Latin Lover: da Rossano Brazzi a Walter Chiari, da Marcello Mastroianni a Nello Arena a cui si aggiungevano le ineffabili figure degli «accompagnatori», sorta di parassiti semiprofessionisti che tenevano compagnia alle dive straniere. Il materiale non mancava e veniva continuamente alimentato da episodi scandalosi, per allora, come lo spogliarello della turca Aiché Nanà al ristorante Rugantino.
La Dolce vita era divenuta insomma un caleidoscopio che vedeva amalgamati assieme divismo, mondanità, cinema, alcool, amori, tradimenti, paparazzi, giornalismo d’assalto, night club, bar, alberghi lussuosi, macchine fuoriserie (la Ferrari di Rossellini, la Jaguar di Raf Vallone, la Mercedes di Anthony Quinn) e nel quale s’inserì, nel 1959, l’omonimo film di Federico Fellini, girato nel 1959 in una via Veneto ricostruita negli studi e che contribuì a creare una sorta di simbiosi fra la realtà e la fantasia.
«La principale fonte d’ispirazione di Fellini non è la realtà, ma la stampa», scrive Magistà, ovvero la particolare realtà rappresentata dai giornali, soprattutto dai periodici illustrati. Gli stessi paparazzi, dal cognome di uno dei personaggi del film, diventarono così gli artefici e gli inventori delle vicende che fotografavano e vendevano ai giornali. «I rotocalchi - disse una volta il regista - sono stati l’aspetto inquietante di una società che si autocelebrava in continuazione, si rappresentava, si premiava».
La Dolce vita, vorremmo aggiungere, non avrebbe potuto esistere se non in una città seducente come Roma, dove era possibile sognare senza pensare al futuro e in una via, come Via Veneto, che già in precedenza era divenuta il luogo di riunione degli intellettuali più noti del momento: da Ennio Flaiano a Vincenzo Cardarelli, perennemente seduto col cappotto ai tavoli del caffè Strega.