Quando la vita travolge un solitario

Francesca Camponero

Un’ora e 40 minuti di dialoghi incalzanti e concitati travolgono «Il solitario», che proprio non riesce mai a dire la sua. Questa è la riuscitissima sceneggiatura tratta dall'unico romanzo che Eugène Jonesco scrisse tra il ’73 e il ’74, e che il giovane e talentuoso regista Emanuele Conte ha messo in scena al Teatro alla Tosse. «Il solitario» è travolto da tutto e da tutti sempre più passivamente, perché lui è una voce fuori dal coro, proprio come l’autore, che in questo romanzo ha trovato un pretesto per raccontare se stesso. La sua è un’anima che sfugge alla vita, ed inutile ogni tentativo di isolarsi e cercare una propria libertà. Le persone che incontra gli propongono di far parte della loro vita, ma niente sembra interessarlo e stimolarlo.
Anche i moti rivoltosi che si svolgono a Parigi, sembrano non toccare più di tanto l’animo dei personaggi e nemmeno la morte di un giovane caduto negli scontri sembra commuovere nessuno di loro. Morte affrontata registicamente con gran maestria, usando un manichino, che viene mosso dai vari attori che pian piano lo posano tra le braccia di una madre, che lo sistema su di sé fino ad ottenere l’immagine dolce e drammatica della più famosa Pietà di Michelangelo.
Roberto Serpi, che interpreta l’alter ego di Jonesco, appunto «il solitario», non ha nome e ci propone questo personaggio con una maschera facciale tipo l’attore dei film muti Buster Keaton.
La scenografia scarna e che ci fa vedere la macchina teatrale nel suo «dietro le quinte», è una sfida, come dice Emanuele Conte, ma questa nudità non fa che evidenziare l’essenza della commedia mettendo in rilievo contenuto e recitazione come meglio non si poteva fare. Il gioco delle luci fa il resto, posandosi con discrezione sui vari personaggi ben definiti da attori garbati e abili, che non scadono mai nella macchietta. Ognuno di loro dà il giusto colore e tono ai vari ruoli che interpreta, che non sono sempre gli stessi nello svolgersi della commedia. Tra le varie figure vediamo Bruno Cereseto nel titolare dell’azienda per cui «il solitario» lavorava prima di ricevere l’eredità dello zio d’America; Alessia Donadio, nell’ultima amante del solitario, la cameriera Agnese; Susanna Gozzetti, nella centrata signora col cagnolino; Claudia Lawrence, straordinaria nelle vesti della padrona di casa; Edoardo Ribatto, in un convincente rivoltoso; Veronica Rocca, in un’azzeccata portinaia, (è anche la madre del «manichino morente»); Antonio Zavatteri, che calza bene uno strano marito russo della signora col cagnolino, proponendo al pubblico la sua filosofia della vita: «Viviamo in una prigione stretta come una scatola. Questa scatola è inscatolata in un’altra scatola, che è inscatolata in un’altra scatola ancora e così di seguito fino all’infinito. E l’infinito non si può concepire».
La musica si accentua solo nel finale, con la «danza araba» tratta dallo Schiaccianoci di Ciaikovski che scandisce con le sue note la tragica risata del protagonista che si rende finalmente conto di quanto la vita sia una buffonata, uno scherzo, una fregatura, insomma, proprio un «inenarrabile casino!»