Quando la vittoria sale sull’altalena: la farsa degli exit poll

Chiedo il trasferimento a Wellington. Capitale della Nuova Zelanda. O a Singapore. Là, almeno, è proibito dalla legge, scritta, osservata, rispettata, condurre gli exit poll. Che bello sarebbe. Arriva il giorno delle elezioni, si va al voto, si torna a casa, si aspettano i risultati, fine della puntata. Loro, sì. Noi, no. Per la serie facciamoci ancora del male e sprechiamo denari inutili, abbiamo vissuto un altro pomeriggio tra ansia, angoscia, forchette, torte, se, ma, aspettiamo, prudenza, vediamo, chissà, forse, però. Un popolo di Tafazzi, davanti al televisore, con la radio accesa, internet collegato, il vicino di casa che domanda, il barista che riferisce, il classico repertorio da prepartita di pallone, il pronostico, la tripla, sulla carta vince quello, ultime dallo spogliatoio, colpo di scena sulla formazione scelta. Così è accaduto ieri, come era già accaduto l’altro ieri e da sempre, non solo in questo bel Paese, ma dovunque ci si affida a una formula che serve per aumentare la confusione, l’incertezza, il dubbio e il conto corrente della ditta incaricata alla bisogna. Se non bastassero gli exit poll vi informo che esistono anche gli entrance poll, gente che va e gente che viene, chi entra in cabina dovrebbe avere le idee quasi chiare, chi ne esce almeno dovrebbe sapere quello che ha fatto e dove ha messo la ics. Niente. La bugia regna sovrana, il voto è segreto, la verità è scomoda.
Il “teleVOton” del duemila e otto è incominciato alle quindici e qualche secondo e ha offerto momenti di riflessione, di analisi e di spettacolo. Soprattutto ha proposto i Larry King di casa nostra, al secolo Gianni Riotta e Antonello Piroso, entrambi in edizione sciolta, spogliàti dalla giacca, per fare intendere che quando si lavora si lavora, ci si rimbocca le maniche e giù di sudore. Il direttore del Tg1 in camicia immacolata, button down (rigorosamente abbottonata) e cravatta sullo scuro funerario; la fatica si è però fatta sentire e a un certo punto, rivolgendosi alla tribunetta dei giornalisti in studio, il Riotta è scivolato in uno scambio di verbi: «... malgrado mi sia sorbettato le vostre previsioni...», le origini sicule del direttore possono giustificare il desiderio freudiano del gelato senza latte ma il verbo era sorbire, ci siamo quasi. L’anchorman di La 7 ha scelto un’immagine decisamente trendy, sia nel colore della cravatta, il giallo oro da divano, poltrona e puff dei favolosi anni Sessanta, sia per la penna innescata nel taschino, sia per l’orologio da Suv (non Sub), al polso destro, sia per il tatuaggio sull’avambraccio, in lingua cinese originale e non falsificata, «giustizia» il messaggio. E giustizia è stata, tra un brano delle Vibrazioni, la tromba di Roy Paci, la marketta di un cd di Max Gazzè, un ritorno su Totti-Berlusconi con parentesi sui Cesaroni, varie ed eventuali, un leggero ritardo nella comunicazione dei dati ma, nel totale, una formula meno ingessata e noiosa del teatro generale. La concorrenza, invece, ha puntato sullo spezzato classico che non tradisce mai, con qualche eccezione e variazione. Fede ha indossato una agghiacciante cravatta color glicine ma il suo sorriso, con il passaggio dagli exit poll alle proiezioni, ai dati ufficiali, ricordava Fernandel-don Camillo, va da sé che l’onorevole Peppone, scegliete voi il personaggio, da Bertinotti in giù, aveva ben altro ghigno. Su Rai 3 Bianca Berlinguer, elegante, bella, raffinata, ha dovuto fare i conti con un gruppetto squadernato, gli occhiali bianchi, alla Lina Wertmüller, di La Russa, la bile della Bindi detronizzata, il borbottio di Buttiglione e, ultimo della fila e delle votazioni, l’arcobalenino Giordano, del piccì alla memoria. È apparso Bruno Vespa con una cravatta di seta rosa improbabile su camicia bianca (si vestiranno al buio, questi signori?) preannunciando un Porta a Porta da record mondiale, mentre il professore Roberto D’Alimonte, dell’università di Firenze, con precisione chirurgica dava i numeri, senatori, deputati, vincitori, sconfitti, mentre, una fila più sotto Paolo Gentiloni si guardava attorno all’inseguimento di un risultato elettorale diverso da quello che, invece, a lui ministro delle comunicazioni stavano comunicando. Mazza, su Rai 2, non ha mai mollato l’osso mentre sui vari canali entravano in scena telefilm, reality, quiz show, materassi e poltrone in offerta con comode rate. È venuta la sera, polpa dopo l’happy hour. Datemi un film, una partita di calcio, anche una sfida di sumo. È venuta la notte, tra champagne e pasticche di cianuro. Come diceva la O’Hara, domani è un altro giorno, come dice Rossella, domani è un altro governo.